Un viaggio nella Cina antica

Un viaggio nella Cina antica. www.ishoottravels.com your ticket to travel photography. Blog di fotografia di viaggi. © Galli / Trevisan
Un viaggio nella Cina antica

Ultimo giorno di Hong Kong. Sera. Panorama mozzafiato dal 20 e non ricordo cosa esimo piano del nostro grattacielo con vista sullo skyline di Kowloon. Domani si vola a Guilin, capitale della regione del Guangxi e punto di partenza per il nostro primo viaggio in Cina. Un gran casino di emozioni si accavallano nella mente. E se si rivelerà una delusione? Tutti i miei sforzi per convincere Sara…ma se poi sarò io quello da dover convincere? Ma no dai, vedrai che andrà benissimo. Sarà una figata come nelle foto che hai visto online, Cor. Con questi dubbi mi addormento. Speriamo di non aver torto. 

Day 1 – Il primo impatto

Aeroporto di Guilin. Clima caldo e umido…ancora. Hong Kong ci aveva abituato a tutto questo. Procedura per visto d’ingresso a prova d’ansia. Ci provano la febbre, ci prelevano le impronte, niente da dichiarare e via…beh, dai, pensavo peggio! Non so perché ma quando passo una dogana mi sento sempre pervaso da un senso quasi atavico di colpa, come se nella vita precedente fossi stato un contrabbandiere o narcotrafficante. 

All’uscita dell’aeroporto ci attende il nostro driver che ha il compito di portarci all’hotel dove soggiorneremo per le prime notti. “Hi, nice to meet you, it’s Konrand”. “Hello”, risponde lui. Bene, penso io, siamo a cavallo, parla inglese. Peccato che lui avesse appena terminato il suo repertorio di inglese… no worries, domani mattina ci troveremo con Gau, il nostro interprete preso da un’agenzia anglo/cinese. Lungo il tragitto ecco il primo impatto con la Cina. Autostrade enormi, semideserte e disseminate di sistemi di monitoraggio che fotografano (con tanto di flash) le automobili stile ogni 500 metri. Tutto attorno inizia ad aprirsi il paesaggio carsico che rende quest’area unica al mondo. Un paesaggio fatto di innumerevoli colline che sembrano tanti cupcake che spuntano dalla pianura. Usciamo dall’autostrada ed ecco i primi villaggi. Eccola qui la Cina che sta scomparendo. Proprio sotto i nostri occhi. Antichi paesi sormontati da mastodontici cantieri. Tutto qui è un cantiere. Nuove strade, nuovi palazzi, nuove piazze…è proprio come immaginavo. Qui fra dieci anni (o forse molto meno) sarà tutto diverso.

Raggiungiamo l’hotel. L’autista ci saluta dicendo qualcosa che suona come “si iu tumolo”. Ma come “si iu tumolo” mi domando io. Non sarà mica il nostro interprete? Ma non doveva parlare inglese? E noi di questo che ci facciamo? Noi volevamo qualcuno che ci mettesse in contatto (almeno idiomaticamente) con la gente del posto? Perplesso gli chiedo: “are you Gau?” E lui “yes yes, Gau, tumol”. “Cazzo Sara, mi sa che la nostra agenzia anglo/cinese ci ha truffato…shit!” Panico… che fortunatamente dura meno di mezz’ora. Grande incomprensione. Gau ci chiama in camera, in perfetto inglese, dicendoci che, per il resto del viaggio, avremmo avuto con noi anche il driver appena conosciuto. Ristabilita la quiete ci godiamo questa prima serata cinese.

Hotel bello, moderno ma con un gusto revival, camera con tanto di balcone e incantevole vista sulla campagna. Top! Sigaretta al tramonto sul balcone studiando il planning fotografico di domani. La mattina si dovrebbe infatti iniziare col botto. L’idea è di svegliarsi prima dell’alba, raggiungere una particolare zona del fiume Li, sperando di riuscire ad avvistare i pescatori con il cormorano. (N.B. la pesca con il cormorano è un’antichissima arte che sta letteralmente scomparendo. Oggi, in quest’area, ne sono rimasti meno di dieci e, ovviamente, tutti molto anziani). Dopo l’ottima cena si va a dormire con mille incognite: se pioverà, se non ci saranno pescatori, se il paesaggio farà schifo, se se se. Se magari fossi riuscito anche a chiudere occhio quella notte…

Day 2 – Campagna e sudore

Sveglia che è ancora notte. Inizia così il primo giorno con Gau. Alba in posto incredibile, paesaggio mozzafiato e pescatori con il cormorano avvistati. Con uno di loro (ne avvistiamo ben due) riusciamo persino a condividere una colazione a base di sigaretta, caffè, frutta e qualche indescrivibile pagnocchina dolce cinese. E lui, gentile, sospettoso ma curioso, riservato in perfetto stile cinese, acconsente a farsi fotografare. Io e Sara siamo al settimo cielo. In men che non si dica abbiamo già delle fotografie che valgono tutti gli sforzi. Non poteva iniziare meglio. Sono solo le 9 di mattina, il pescatore torna al suo lavoro e Gau, avendo visto la nostra eccitazione rilancia. Ci propone di andare a trovare, a casa loro, una coppia di fratelli, anche loro professionisti di questa tecnica. Andare a casa loro? Ma certo che si! La giornata fila via in maniera superlativa! Anche se ho dormito meno di 3 ore nelle ultime due notti, anche se ci saranno oltre 30°, anche se c’è il 100% di umidità l’eccitazione è tale da non far sentire la stanchezza. Andiamo dai due fratelli.

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Eccoli, i due fratelli. Quello giovane ha quasi 80 anni e il vecchio molti di più (per saperne l’età avrei dovuto tagliargli una gamba e contare gli anelli, ma non mi sembrava il caso). Anche qui riservata ma più che positiva accoglienza. Il prezioso tempo passato a dialogare con loro mi apre la mente in due come una mela…ma d’altronde è proprio questa l’essenza più pura del viaggiare. Scoprire le diversità, conoscere pensieri lontani dai nostri, lasciarsi travolgere dalle culture. Abbattere ogni barriera culturale e conoscere l’ignoto è quanto di meglio possa augurare ad un amante di viaggi. I muri, la fobia del diverso, l’ignoranza e l’ottusità sono sempre l’anticamera di un pensiero che non può che portare all’odio. Viaggiare per scoprire il diverso è viaggiare dentro se stessi. 

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È ora di pranzo. Come ora di pranzo? A me sembra di esser qui da settimane, invece non son passate neanche 10 ore dalla nostra sveglia…Gau ci fa una proposta che non possiamo (e non vogliamo) rifiutare. “E se, anziché andare al ristorante, andassimo a pranzo a casa dei miei suoceri?” Come dire di no! Ed ecco che in men che non si dica ci troviamo a pranzare con questa coppia nella loro casa fatta di legno e fango. Questa gentile coppia di contadini cinesi mi fa fare un tuffo nel mio passato. Sarà per l’aia con le galline, sarà per la casa che trasuda di una vita fatta di sacrifici e difficoltà, sarà per l’aspetto umile, esile (ma con pancetta) del suocero di Gau, ma questa esperienza mi porta alla mente gli offuscati ricordi delle domeniche a pranzo dai miei nonni paterni. Altra esperienza a dir poco edificante: innanzitutto per via dell’immersione culturale nella quale io e Sara ci siamo tuffati. Non da meno per via della qualità del pasto. Oserei dire, una delle esperienze culinarie migliori della mia vita. In questa semplice cucina fatta da un focolare e una wok, in men che non si dica, sono riusciti ad assemblare 4/5 pietanze incredibilmente saporite.  Spazzoliamo il tutto. Sarà il caldo, l’umidità, la mancanza di sonno. Sarà che ho mangiato troppo. Ho un’abbioccone che se solo ci fosse un divano a casa dei suoceri di Gau gli mostrerei io qualcosa di molto tipico italiano…fortunatamente però niente divano. Solo una piccola sedia di legno ed una tv nel loro soggiorno. È tempo di lasciare i suoceri di Gau.

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Dobbiamo dirigerci verso una location molto speciale. Ricordate della foto di cui parlavo all’inizio del nostro diario di viaggio? Quella che ha generato il tutto? Bhè stiamo per andare in un posto da cui poter ammirare quel famoso paesaggio. E dobbiamo farlo in fretta se non vogliamo perderci la Golden hour. Il nostro driver si mette alla guida e…io e Sara crolliamo, svegliandoci solo una volta giunti sul posto.

Bad news. La strada finisce. L’auto è costretta a parcheggiare. Il restante percorso è un sentiero con un dislivello di circa 300 metri che dobbiamo forzatamente fare a piedi. Avete mai provato a scalare una collina con 30 kg di zavorra sulle spalle, oltre 30° e il 100% di umidità? Giungiamo sulla vetta stravolti. La maglietta che indossavo era così fradicia da aver infradiciato lo zaino, che a sua volta era così fradicio da aver infradiciato il pacchetto di tabacco, che a sua volta era così fradicio da aver inzuppato le cartine al suo interno (non so se ho reso l’idea). Mai fu più vero dover ammettere che questo è stato uno scatto che ci siamo dovuti sudare, letteralmente.  Se ne è valsa la pena lascio a voi giudicare 🙂 

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Puzzo di selvatico. Per fortuna la giornata, interminabile, si conclude con rientro in albergo, doccia, sigaretta, doccia, cena, doccia, sigaretta della buona notte, doccia e crollo aritmetico sul letto. L’ho già detto che ho fatto la doccia?

Day 3 – Riso piccante

3 1/2 am. Sveglia!!! ahhhhhh… non voglio più fare il fotografo. Voglio fare il vacanziero da villaggio turistico. No dai, è solo il diavoletto in miniatura seduto sulla tua spalla sinistra che parla. Alzati, cammina e ne varrà la pena. Ok, coscienza, hai vinto tu!

Se vuoi fare il fotografo nella vita, nel tuo cervello deve diventare chiara sin da subito una cosa: non è un mestiere facile come sembra. Fotografare è facile. Fare però buone foto richiede sempre un gran minestrone di ingredienti fra i quali non possono mancare: preparazione, dedizione, sacrificio, studio e fortuna. Nel caso in oggetto il motivo della sveglia così di buon’ora è presto detto: beccare la miglior luce possibile per immortalare un’altro dei paesaggi più iconici di quest’area della Cina. A questo punto va precisato un particolare non di poco conto: i cinesi un fantastiliardo. Ed, essendo un fantastiliardo, tendono a sovraffollare in modo quasi imbarazzante ogni minimo posto che susciti interesse. E siccome questo paesaggio di interesse ne suscita più che un pizzico, e se a questo aggiungiamo che il punto per immortalarlo è costituito da un minuscolo punto di vista abbarbicato sul cucuzzolo di una montagna, meglio non rischiare di arrivare secondo, o terzo, o quarantamiliardesimo. Meglio intraprendere una gara a distanza e cercare di essere i primi, sperare di farcela, piazzare il cavalletto e aspettare. Giungiamo nel parcheggio che sottosta all’ennesima fatica da scalare…mannaggia, a volte mi chiedo come mai i punti di vista migliori siano sempre i più difficili da raggiungere. Bene, penso, siamo i primi. Con calma e sonnolenza prepariamo l’attrezzatura necessaria. Reflex, cavalletto, filtri, scatto remoto…dannazione. È arrivata un’altra auto, scendono due fotografi (lo so per certo che sono fotografi, ci riconosciamo a distanza, come due lupi appartenenti a branchi diversi… e poi diciamolo, siamo gli unici matti che scalano colline al buio prima dell’alba). Ed ecco che d’improvviso la calma e la sonnolenza ragionevolmente tipica dell’ora si trasformano in una competizione il cui premio è raggiungere la vetta della collina per primo. Un bel respiro e via, si parte. Partiamo con un buon vantaggio, ce l’abbiamo fatta. Cavalletto piazzato. Ora nessun cinese ci potrà più portar via il nostro punto di vista. Godiamoci questa colazione notturna, così tipica di ogni fotografo paesaggista. 

In men che non si dica questa piccola terrazza sembra diventare il centro del mondo. Prima del sorgere del sole ci saranno già più di un centinaio di persone pronte a vedere l’alba. E buona parte di questo folto gruppo si abbarbica tutto attorno a noi, mettendo a dura prova la scarsa forza di sopportazione del prossimo di Sara che, ad un certo punto, si trova praticamente un cinese che tenta di usare la sua testa a mo di cavalletto. Credo che sia un miracolo che in quell’istante non abbia estratto il nostro coltellino multiuso usandolo per recidere la carotide del suddetto asiatico. “Sara, calmati, siamo qua una volta nella vita, i cinesi sono tanti e tutti hanno il diritto di poter ammirare questa meraviglia tanto quanto te. Ritieniti fortunata di aver preso il posto migliore”. Salvi: il suo embolo omicida decide di entrare in sciopero. Penso: come sono lontane le albe in solitaria viste solo un’anno prima nella semideserta Islanda. 

Sole sorto, immagine catturata. È tempo di muoversi. Ci aspetta un lungo tragitto in auto per la nostra prossima meta: le famose terrazze di riso di Longji.

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La tratta è lunga, oltre 4 ore. Durante il tragitto ho avuto modo di constatare una peculiarità dei cinesi alla guida. I cinesi suonano il clacson. Ma non di tanto in tanto. Lo suonano in continuazione. E per in continuazione intendo praticamente sempre. E la cosa divertente, forse assurda è che quando penso al nostro italico paese mi vien subito in mente una categoria di persone che suonano davvero tanto il clacson: i napoletani. Beh, i cinesi, se confrontati ai napoletani, fanno decisamente un’altro mestiere. Però la cosa folle è che se l’italiano tipico quando suona il clacson accompagna il segnale acustico da una serie di gesti e grida, così tipiche del melodramma all’italiana, il cinese no, lui non si scompone. Suona come un indemoniato e nel frattempo è li, immobile, calmo, mani a 10 e 10 sul volante, impettito, sguardo rivolto sulla carreggiata, come se nulla fosse. Ad ogni modo la mia curiosità sulla guida dei cinesi è decisamente sopraffatta dalla stanchezza. Crollo, grazie al cielo, molto presto. Il tragitto quando si dorme diventa misteriosamente breve. Mi sveglio che siamo praticamente all’ingresso del parco nazionale nel quale stiamo per entrare. Ok, forse 3 ore di sonno col collo piegato a 90° mi hanno reso paralizzato dal collo in giù per il resto della mia vita. Faccio leva su tutta la mia forza di volontà e, dopo non pochi sforzi, scopro che l’alluce del piede destro si muove ancora. Ok, allora si potrà muovere anche tutto il resto. Svariati minuti stile redeambulazione geriatrica ed eccomi ancora pronto a muovermi. Penso, beh siamo in montagna, non fa tanto caldo. Bene, ci voleva un po’ di refrigerio dopo l’afa dei giorni precedenti. Apro lo sportello per scendere e…dannata aria condizionata. Mi avevi illuso. Caldo e umido anche qui.

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Il paesaggio è da cartolina. Verdi colline e un’incantevole villaggio dove vive una delle molte minoranze etniche della Cina: gli Yao. Questa tribù è famosa per il look delle donne, con abiti tipici e capelli infinitamente lunghi raccolti con una specie di chignon sul davanti. Decidiamo di addentrarci nel villaggio per capirne di più e scopro di essere io la vera attrazione. A quanto pare, stando a ciò che mi ha segretamente confessato Gau, devo essere una specie di mix fra il classico western (che desta sempre un certo fascino sul popolo del dragone) e un noto attore cinematografico cinese (di cui, ovviamente, mi sfugge il nome). Fatto sta che, mentre ero venuto io a fotografare loro,  mi ritrovo con loro che vogliono fotografare me. E lo fanno anche con una certa dose di arroganza. Non è che mi chiedono il permesso. Lo pretendono. Lo esigono. La scena tipica è che vengo preso sotto braccio da qualche cinese random e girato in direzione di qualche altro cinese che, già armato di macchina fotografica, è pronto a fotografarmi con quell’altro. Che posso farci? Sfoggio il mio miglior sorriso, esibisco il mio charme e inizio a firmare autografi…è la vita da celebrities alla quale ormai inizio ad abituarmi….scherzi a parte, è davvero così strano sentirsi famoso dall’altra parte del mondo…ok, Cor, concentrati, non sei davvero famoso. Sei qui per fotografare non per fare il modello. Cerca almeno di conoscere qualche Yao. Grazie ancora all’aiuto della nostra guida riusciamo a conoscere una coppia marito e moglie di Yao. Questi acconsentono a farsi fotografare, ci accolgono in casa loro per trascorrere del tempo assieme. Io inizio a fotografare la gentile signora, salvo poi scoprire che è una delle “modelle” più vanitose che abbia mai fotografato. Nemmeno le top model delle agenzie di Milano sono così…ad ogni scatto pretendeva di vedere la fotografia. E se non si piaceva (e non si piaceva mai) pretendeva che la rifotografassi. Ad un certo punto ho quasi pensato di emetterle fattura…

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Bello, sono soddisfatto, questo villaggio è stato davvero un’esperienza. 

Ma come sempre, nel miglior stile letterario, dopo qualcosa di positivo ci deve per forza essere qualcos’altro a riportare le cose al giusto equilibrio. Infatti ci stava per aspettare una delle prove di fatica faticosa più dure di tutto il viaggio. Il giorno in cui abbiamo prenotato il nostro hotel ci sembrava un’idea brillante scegliere quello arroccato sulla cima del monte più alto. Ci era stato detto che non c’era che un piccolo sentiero per raggiungerlo. Ma sì, che vuoi che sarà mai, una piccola camminata sulle dolci colline delle risaie cinesi. Chissà come mai le cose sembrano sempre più facili quando le stai pianificando nel comfort del salotto di casa…chissà… Ed è qui che io e Sara abbiamo ceduto alla nostra indole di western. Ci abbiamo provato giuro. Ma non ce l’abbiamo fatta. Abbiamo dovuto assoldare uno sherpa che ci aiutasse a portare la nostra attrezzatura da valle alla cima della montagna dove era stato edificato il nostro hotel. Il nostro interprete si prodiga per trovarci la persona giusta. Ecco che dopo poco torna da noi con questa signora di mezza età. Figurati se riesce a portar sulle spalle 30 kg di roba da sola e poi salire sul ripido sentier…non ho fatto a tempo a pensarlo che eccola che ci semina alla velocità della luce. 

Va beh, prendiamoci il nostro tempo. La giornata sta giungendo al termine. Godiamoci questa pittoresca passeggiata fra le terrazze di riso. Check-in, doccia e cena. Ecco appunto. La cena. Ricordate bene, se doveste mai capitare in questa remota area del mondo, se ordinate piccante è piccante davvero. Non come il dilettantesco quasi appena appena speziato gusto culinario di un calabrese. Qui piccante significa portare il nostro organismo oltre i limiti umani. Significa essere in equilibrio fra la vita e la morte. A onor del vero devo dirlo, decisamente squisito. Sopravvivo. Almeno per questa sera.

Day 4 – Piccante epilogo

Mattino, prealba. L’ennesima. L’idea è di fotografare i campi terrazzati di riso al sorgere del sole. Peccato che il mio organismo ha ancora dei conti in sospeso con la cena del giorno prima. Per fortuna che il tragitto fra il punto di vista scelto per lo scatto e i bagni non è così distante. La cucina cinese, deliziosa, saporita e succulenta mi ha affondato. Ed a quanto pare non sono l’unico. Anche Gau non è nelle migliori condizioni. Sara si gode il paesaggio intervallato dalle facce sudate mia e di Gau che vanno e vengono dai bagni. 

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Ristabilita la quiete si parte per la giornata. L’ultima in questa regione. Visita alle risaie che, benché incantevoli, non sono al loro top dal punto di vista fotografico. Infatti quando uno pensa alle terrazze di riso tende a immaginare le fotografie in cui si vedono specchi d’acqua che creano magnifici effetti di chiaroscuri trasformando il paesaggio in una tela di arte astratta. Peccato che questo accada in un’altro periodo dell’anno. A fine settembre il riso è in fiore. Quindi verde brillante e niente acqua. Ovviamente questa non è stata per noi una sorpresa, tuttavia questo non ha reso la delusione più dolce (specialmente per il gusto tendente all’astrazione di Sara). Anche qui, essendo un parco nazionale, il turismo ovviamente non manca. Attraversiamo le risaie a piedi per recarci in un’altro villaggio tipico, dove ci attendono positive esperienze sia fotografiche che culinarie. 

La giornata sta volgendo al termine. È tempo di scendere ed avvicinarci verso la città di Guilin. 

Prima di raggiungere la città ci fermiamo verso l’ultima tappa del nostro viaggio nella Cina rurale. L’antico villaggio di Daxu. Un piccolo borgo con alle spalle una storia millenaria. Uno degli ormai tanto rari quanto preziosi residui di quel meraviglioso passato che l’ormai Cina moderna ha fagocitato e digerito in forma di anonime città senz’anima.

Oggi è l’ultimo giorno. Dormiremo vicini all’aeroporto. Domani si vola nuovamente verso il futuro. Ci attende Shangai. 

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