Thierry Suzan – La poesia dei ghiacci

©THIERRY SUZAN. GREENLAND| DISKO BAY pano

C’è una sorta di fascino primordiale, irresistibile, nel vuoto sconfinato delle immense distese di ghiaccio dell’Artide e dell’Antartide. Forse in nessun altro posto al mondo è così forte la commistione fra bellezza mozzafiato del paesaggio e ostilità estrema dell’ambiente. Eppure, in questi posti così proibitivi, la vita è presente, pulsante, variegata; i pochi esseri umani che vi sopravvivono (al netto delle spedizioni scientifiche dotate di ogni supporto tecnologico possibile) hanno imparato a convivere con una natura soverchiante, letale; a rispettarla e, in un certo senso, amarla.

Se è vero che uno dei più nobili scopi della fotografia è porre davanti agli occhi dell’osservatore meraviglie che difficilmente riuscirebbe ad ammirare di persona, direi che il libro che mi accingo a recensire ne è esempio ideale.

La poesia dei ghiacci, di Thierry Suzan, è un viaggio (fotografico, ma non solo) ai confini dei due emisferi, Boreale e Australe, alla scoperta di regioni impervie e affascinanti che vanno dalla Groenlandia alla Norvegia, fino all’Alaska, per poi esplorare nell’Emisfero Sud la Patagonia, le Falkland, e infine l’Antartide. Viaggio fotografico, come dicevo, ma non solo: ogni sezione del libro è corredata da un’ampia introduzione, a metà tra divulgazione scientifica ed esperienza di vita, che descrive in uno stile asciutto e tuttavia quasi poetico la zona che andremo a scoprire nelle pagine seguenti. Completano il tutto mappe chiare e ben disegnate, che contribuiscono a collocare con precisione nello spazio geografico i luoghi visitati.

L’autore, Thierry Suzan, è un giornalista e fotografo francese, specializzato ed esperto in ambiente polare (come si definisce egli stesso nella sua presentazione). Ha all’attivo l’impressionante numero di più di cento Paesi visitati, per conto di riviste nazionali e internazionali e programmi televisivi. È un appassionato divulgatore delle culture indigene, uno scrittore oltre che reporter e giornalista. Da tempo si dedica, oltre che all’esplorazione, all’attività di sensibilizzazione su temi importanti quali il cambiamento climatico e il Global Warming; di particolare importanza è anche la denuncia della “modernizzazione imposta” che sono costretti a subire i popoli autoctoni di Artide e Antartide, a causa dei rilievi geologici e delle trivellazioni alla ricerca di idrocarburi. Ciò è causa di gravi conseguenze sulla vita di queste persone, che si trovano a fronteggiare una rivoluzione culturale e una “invasione” che mette a serio rischio la loro cultura e integrità sociale.

Ma soprattutto, e cosa che più interessa a noi e voi lettori, Thierry Suzan è un bravissimo fotografo. Visitando il suo sito www.thierrysuzan.com si possono ammirare immagini di grande bellezza, paesaggi sconfinati e minuti dettagli, animali, persone, riflessi, colori. Possiamo solo immaginare la costanza, la forza di volontà e la dedizione che sono state necessarie per realizzare questi scatti, in un ambiente così difficile e inospitale.

Veniamo al libro. Per prima cosa, un appunto: l’edizione italiana (curata da Touring Editore) è confezionata con una sovraccoperta piuttosto standard, che nasconde colpevolmente la rilegatura originale che è invece di grande fascino: una distesa sterminata di pinguini che ne ricopre l’intera superficie, quasi come uno stereogramma. A mio parere, sarebbe stato forse più interessante inserire un discreto titolo all’interno di questa grafica così originale, o almeno riprodurla anche sulla sovraccoperta.

La dimensione del volume è generosa, seppur non ingombrante: circa 30 cm di larghezza per 24 cm di altezza, con una proporzione che ben si adatta alla immagini panoramiche che sono i punti di forza di questo libro e che verranno proposte in alcune occasioni in doppia pagina, in un formato “ultrawide”. La rilegatura, la consistenza della carta e la stampa sono di grande qualità. Le immagini sono vivide, molto definite, il che per un’opera fotografica è non meno che essenziale. L’impaginazione è pulita, ordinata, con l’unica eccezione dell’indice che è composto unendo caratteri a più dimensioni, con lo scopo (immagino) di evidenziare i capitoli di maggiore interesse. Un intento encomiabile, ma che forse rende il sommario un po’ caotico rispetto al resto del libro.

Ho molto apprezzato la scelta, invece, di inserire con discrezione le didascalie alle immagini a pie’ di pagina, accanto alla numerazione (dove solitamente si trova il riferimento del capitolo), piuttosto che sottostanti alla fotografia. Un soluzione a mio parere funzionale e piacevole.

Come già ho anticipato, gli scatti di Thierry Suzan sono una gioia per gli occhi. Dominano le maestose immagini dei grandi Iceberg, di molteplici forme e dimensioni e di colori che vanno dal bianco sporco al vivido azzurro. Il contrasto con i cieli, talvolta di un blu intenso e in altri casi di un grigio carico di minaccia, è di grande impatto; così come di grande fascino, oltre che prova di grande perizia compositiva, è l’inserimento di piccoli elementi (anche colorati) che spezzano un quadro altrimenti totalmente uniforme, come l’elicottero rosso di pagina 40 e l’orso bianco di pagina 82. Dopo la prima scoperta di questi dettagli “nascosti”, ci si sente invitati ad osservare con ancor più attenzione le fotografie. Tramite questa tecnica, inoltre, Suzan ottiene il risultato di dare un’idea visiva delle proporzioni di questi immensi paesaggi, mettendoli a confronto con soggetti che sembrano quasi scomparirne all’interno.

Ma la narrazione di Suzan va oltre il “sublime” rappresentato da questi panorami quasi soprannaturali. Ed è nelle fotografie dedicate agli uomini che popolano questi Paesi che l’autore dà il meglio di sé: una serie di visi consumati dal vento e dal gelo, e tuttavia sorridenti e pieni di vita, inseriti in un contesto colorato e vivace. Le attività quotidiane, come la pesca, vengono ritratte con spontaneità e naturalezza, sfruttando anche inquadrature quanto mai inusuali.

A ciò si contrappone, in altri capitoli e forse con una sottile intenzione di denuncia, il contrasto fra natura selvaggia e le grigie e squadrate opere di modernizzazione umane: dalle cataste di container ai silos industriali, fino alle fabbriche edificate sulle coste.

Proseguendo nel viaggio, si tocca una considerevole varietà di paesaggi naturali. Dai ghiacci della Groenlandia, si passa all’Islanda e alla Norvegia, fino alla Camciatca (o Kamčatka che dir si voglia, preferendo la trascrizione originale), per giungere infine in Alaska. Grigie distese di ghiaccio e pietra si alternano a prati verdi e cieli di azzurro profondo; animali e uomini sono ritratti da vicino, quasi in intimità con loro. Si passa poi all’Emisfero Australe, partendo dalle tempestose coste della Patagonia, per poi arrivare al Continente Antartico vero e proprio. Notevole spazio è dedicato ai simpatici pinguini, di cui vengono ritratte varie specie: a coppie, in gruppo, maschi, femmine e cuccioli, fino alle immense colonie di cui l’immagine di copertina che ho citato in precedenza è l’esempio migliore. Altri abitanti si contendono l’attenzione del lettore, dalle otarie ai grandi leoni ed elefanti marini, dagli stormi di procellarie alla temibile Orca. Si ritorna infine, quasi in un racconto ad anello, ai maestosi ghiacciai ed Iceberg antartici, in quel “Grande Deserto Blu” che è il Mare di Weddell.

Viene da pensare, vedendo queste immagini, a quanta selezione abbia dovuto fare Thierry fra gli scatti effettuati: immagino che le fotografie realizzate in un così ampio lasso di tempo siano state migliaia, di cui moltissime magari tanto di valore quanto quelle che ci è concesso di ammirare. Chissà quante, pur meritevoli, non sono state introdotte in questo libro.

La narrazione di Suzan si sofferma spesso su temi ecologici e ambientali, oltre che sociali. Cito ad esempio il sottotitolo di uno dei paragrafi dedicati all’Antartide:

L’Antartide è un immenso continente senza sovranità, una terra ambita e ostile che invita gli uomini di tutto il mondo alla cooperazione e all’armonia.

Il capitolo conclusivo, “La sentinella bianca”, è l’appello finale alla salvaguardia di questo mondo in pericolo, una sorta di “summa” di tutte le considerazioni presentate dall’autore durante la narrazione. Un breve paragrafo, che però riporta nuovamente l’attenzione su problemi di geopolitica e di ambiente che è necessario affrontare e risolvere, prima che sia troppo tardi.

La poesia dei ghiacciè un libro ambizioso, di ampio respiro; un’opera che si propone di mostrare al pubblico i confini estremi del pianeta in tutta la loro magnificenza e vitalità, descrivendone al contempo le dinamiche, i problemi, la storia e le sensazioni che trasmettono. Obiettivo pienamente raggiunto, mi azzardo a dire; seppur talvolta, volendo esprimere un parere più che altro tecnico, si ravvisa qualche ingenuità nella post produzione (eccessiva “clarity” in alcune fotografie, e qualche maschera fin troppo evidente). Ma ciò non sminuisce di nulla il lavoro immenso e meritevole di ammirazione che Thierry Suzan ha sintetizzato in quest’opera: ve la raccomando… “caldamente”, anche se non è l’avverbio più adatto al soggetto trattato.

Alla prossima!

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