Terra Promessa – Israele/Palestina

Terra Promessa www.ishoottravels.com your ticket to travel photography. Blog di fotografia di viaggi. © Galli / Trevisan
Terra Promessa

Esiste un luogo nel mondo dove la guerra sembra non cessare mai. Anche se ha conosciuto intensità diverse, la violenza si è radicata così profondamente da trasformarsi in routine. Ciò che conosciamo – o meglio – ciò che conosco del conflitto israelo-palestinese proviene dalle notizie, dai reportage, dalle innumerevoli pagine spese nel tentativo di spiegare un dramma irrisolvibile.

Il cinema ha percorso molte strade per raccontare la guerra per la Terra Promessa, anche attraverso soggetti di finzione. Tuttavia è forse il documentario il veicolo che più di altri ha saputo tradurre in immagini forti e imprescindibili la complessità della situazione. La “forma documentario” negli ultimi anni ha dato grande prova di sé non solo grazie ai contenuti proposti, ma anche per la capacità di raggiungere indifferentemente il pubblico mainstream e una platea più specializzata. Mai come in questo momento e in questa parte del mondo abbiamo bisogno che siano i testimoni reali a offrirci la loro voce e il loro corpo per aiutarci a comprendere.

Our Land

FIVE BROKEN CAMERAS di Emad Burnat and Israeli Guy Davidi (2011)

5_broken_cameras-649718257-largeCinque videocamere per descrivere la vita nei territori occupati in Cisgiordania. Cinque videocamere su cui si imprimono i segni di una lotta per la sopravvivenza. Cinque videocamere per raccontare la storia di Emad Burnat – l’uomo dietro le macchine da presa – della sua famiglia e degli abitanti del suo villaggio. La vita di ogni camera copre un arco di tempo determinato ed è la chiave per non disperdere la memoria individuale e collettiva rispetto agli accadimenti che si dipanano.

La vicenda prende il via con l’ingresso di alcuni periti israeliani nel territorio del villaggio di Bil’in dove Burnat vive. Si stanno occupando di rilevare le misure per l’imminente costruzione di una barriera che attraverserà il paesaggio, tagliandolo tragicamente in due. L’intenzione è separare il villaggio palestinese dalla colonia israeliana che presto sorgerà a poca distanza. È un passaggio emblematico della storia di questa terra, della Palestina, di Eretz Yisrael: la spartizione attraverso le barriere. La realizzazione dell’antitesi noi/loro costituisce il fil rouge di questo documentario. Una guerra di posizione che spesso si esemplifica nella diversità architettonica e paesaggista: da una parte il villaggio di Bil’in, antico e rurale; dall’altro gli alti palazzi che sorgono nella vicina colonia israeliana. Provocazione contro provocazione: all’avanzata urbana della colonia si risponde con la costruzione di un avamposto proprio nei territori in cui gli israeliani si sono installati. Alle manifestazioni palestinesi per denunciare la perdita della loro terra si risponde con l’incendio degli ulivi. All’interno di coordinate geografiche ben precise, in una dimensione circoscritta, si delinea la storia di una nazione, anzi, di due nazioni in perenne scontro.

È la Storia raccontata da chi l’ha vissuta e la vive tuttora sulla propria pelle. L’instabile quotidianità del filmmaker Burnat ci offre uno spaccato di questi anni di relazione e scontro tra Israele e Palestina: la violenza delle armi, la repressione contro le manifestazioni che spesso sfocia in detenzioni forzate, in sparatorie e omicidi. Burnat riprende ossessivamente, dimentica il lavoro, dimentica il pericolo che questa sua attività può significare per sé stesso e per la famiglia. La moglie non manca di redarguirlo pesantemente per questo. Eppure, nonostante i colpi, gli urti e le ferite che lo condurranno in ospedale, Burnat prosegue la sua lotta. Il film, si conclude con la distruzione della quinta camera.

Nel 2009, Emad Burnat conosce Guy Davidi, un filmmaker israeliano impegnato nella sensibilizzazione rispetto alla questione dei territori occupati. Insieme, Burnat e David, costruiscono l’impianto narrativo del film arrivando a vincere nel 2012 il World Cinema Directing Award al Sundance Film Festival.

Dead Land

THE LAW IN THESE PARTS di Ra’anan Alexandrowicz (2011)

poster-englishMa come si regolano dal punto di vista giuridico i territori occupati? Questo è il tema che affronta il brillante documentario di Ra’anan Alexandrowicz. Protagonisti stavolta non sono le persone comuni, ma i giudici israeliani che, dalla conclusione della guerra dei sei giorni, hanno lavorato alla regolamentazione dei territori invasi. Siamo di fronte a qualcosa di opposto rispetto all’esperienza di Five Broken Cameras dove la camera insisteva sulla concretezza del conflitto, sui corpi martoriati, sulla rabbia che contraeva i volti. Siamo immersi in un mondo distaccato: l’universo legale.

Significativo il modo in cui Ra’anan Alexandrowicz riprende i protagonisti: seduti dietro una scrivania mentre, sullo sfondo, grazie al green screen, scorrono immagini di cronaca che testimoniamo ciò che è successo nel corso degli anni, proprio nei luoghi di cui si parla. Questo approccio descrive precisamente il lavoro dei giudici: chini sui documenti, cercando di dare ordine a un mondo senza pace. E da quel mondo ci si estrania perché quando si tratta di occupazione, di una forza coercitiva che si impone, il distacco può forse tornare utile per mantenere lucidità. Quelle immagini che scorrono alle spalle dei protagonisti indicano un legame imprescindibile tra le norme redatte e le applicazioni materiali che queste realizzano. Per quanto tu possa concentrarti sul foglio di carta, il mondo è lì ad aspettarti appena alzi lo sguardi.

Il contrasto fra teoria e prassi scuote la sensibilità dei giudici, perché le leggi pensate per i territori occupati hanno risvolti pratici spesso violenti e devastanti. La consapevolezza dei limiti della giurisprudenza collima con la consapevolezza dei limiti della propria autorità. Quanto le sentenze abbiano avuto l’effetto sperato, o con quale lucidità vengano applicate, non è facile stabilirlo.

Nella parte conclusiva del film, Alexandrowicz espone una teoria sviluppata da un giurista. Se la corte suprema non si fosse occupata dei territori conquistati e avesse lasciato l’incombenza al governo o all’esercito, cosa sarebbe successo? Nel breve termine, probabilmente, avrebbe portato a un inasprimento dei metodi nella gestione dei territori. Ma proprio questa soluzione non avrebbe delegittimato l’occupazione agli occhi degli stessi israeliani? Un’ipotesi che non avrà mai una diretta espressione nei fatti.

One Land For Two Nations

THE GATEKEEPERS di Dror Moreh (2012)

348094019912_06170306_TheGatekeepersPoster_movieposterNon cambiano le coordinate geografiche, non ci siamo spostati di molto perché la Palestina o Israele è pur sempre quel lembo di terra tra il Mediterraneo e il fiume Giordano. Ciononostante ogni tappa cinematografica di questo viaggio apre la porta verso delle sfumature che aggiungono complessità a un paese già di per sé così difficile da interpretare. Questo excursus ci offre spunti di riflessione non solo in termini contenutistici, ma anche stilistici, legati al linguaggio documentario. Five Broken Cameras struttura la propria narrazione secondo un approccio realistico, dettato dalla contingenza degli accadimenti. The Law in These Parts ammanta i suoi protagonisti di un’atmosfera da legal thriller, ritmato dalle verità che emergono dalle testimonianze dei giudici e dalla loro ricerca giurisprudenziale. Infine abbiamo The Gatekeepers, ultima incursione nelle latitudini straziate della Terrasanta. Le voci e i corpi del documentario di Dror Moreh appartengono ai comandanti che si sono succeduti alla guida dello Shin Bet, l’agenzia per gli affari interni di Israele.

La pellicola si apre con dei sottopancia che spiegano cosa sia lo Shin Bet e lo fa secondo uno stile da thriller di spionaggio. I caratteri insomma si compongono come se fossero battuti a computer. Anche la prima sequenza segue questo approccio mostrando le inquadrature satellitari, attraverso le quali si stanno seguendo le tracce di un attentatore. Si tratta di un momento paradigmatico perché determina il tono dell’intera pellicola. Mentre vediamo le immagini di un van che percorre una strada urbana, la voce e il volto di un comandante ci spiega che in politica si preferiscono le decisioni estreme: fare o non fare. La sua esperienza è diversa, spesso si è dovuto confrontare con un’ampia gamma di grigi. Poniamo che nel van, oltre all’attentatore, vi siano altre persone. Sono legate al suo gruppo, non lo sono? E allora, che fare?

Da questo interrogativo fondamentale partono le testimonianze a volte ambigue, a volte critiche, dei responsabili dello Shin Bet quali esecutori della politica di sicurezza israeliana. The Gatekeepers racconta eventi noti e meno noti della storia recente, fornendo uno sguardo inedito e molto spesso amaro. L’assassino di Yitzhak Rabin da parte di un colono integralista ci informa di una società israeliana per nulla coesa, dove i tentativi di pace con i palestinesi non sono unanimemente approvati. L’idea di una terra per due nazioni non è una soluzione percorribile, soprattutto per le frange estremiste delle due forze in gioco. La morte del primo ministro Rabin, l’unico forse ad aver spinto per una soluzione di pace, genera negli animi degli agenti dello Shin Bet la consapevolezza di un fallimento, di quanto le misure di sicurezza intraprese e la violenza perpetrata contro la popolazione palestinese non facciano altro che reiterare una conflittualità perenne. Coloro che dovrebbero pensare alla salvezza dello stato israeliano spesso si devono preoccupare dei loro stessi concittadini. L’attentato – poi sventato – alla Moschea delle Rocce da parte un gruppo di estremisti israeliani  è la constatazione di questo paradosso.

Lo Shin Bet ha una storia di violenza, di persecuzione che, come in The Law in These Part, lascia strascichi notevoli sui protagonisti. La morte di un terrorista, o di un presunto agitatore, conduce a ciclo infinito di morte che sembra richiamarei racconti biblici. Ciò che rimane è sofferenza e la fatale sensazione, riprendendo le parole Amihai Ayalon, capo dello Shin Bet dal 1996 al 2000, che Israele abbia vinto le battaglie, ma non la guerra. E aggiunge, trasponendo le parole di Clausewitz, che la vittoria non è altro che la realizzazione di una migliore situazione  politica. Anche in questo caso, si chiede, Israele ha vinto?

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