Sud Africa – Un’Idea Perfetta

Dopo una sana e rilassante parentesi vacanziera in quel di Milano è ora di riprendere il cammino verso nuovi lidi cinematografici. Non è facile ricominciare, dopotutto sono appena tornato dalle vacanze anch’io. Dovrei forse trovare un collegamento con il viaggio precedente in Austria, un aggancio di qualche tipo che sia di stile o di contenuti. Forse non bisogna chiedere troppo al proprio cervello, non subito almeno. Sceglierò la prossima meta utilizzando un metodo vecchio come il mondo, ma sempre efficace: il caso.

Niente da fare, mi accorgo presto che nemmeno così è tanto semplice, sono troppi i paesi di questo mondo e calarmi in una realtà come, non so, l’Azerbaijan, non me la sento proprio. Mi sto arenando. È giunto il momento di affidarsi alla saggezza del prossimo. Il buon Emanuele Bresciani mi ha sempre consigliato bene e anche stavolta non è da meno: «Perché non il Sudafrica?». Vero! Perché non il Sudafrica? Mi sembra un’idea perfetta.

Deciso quindi: la prossima meta sarà la Corea del Sud!

Sud Africa – Un’Idea Perfetta 

Corea del Sud – Scuola di Mostri

Beh, il Sud c’è comunque, quindi in parte ho seguito il suggerimento. Da tempo volevo affrontare questo viaggio, ma la proposta cinematografica della Corea è davvero sconfinata e orientarsi in questo mare magnum non è affatto uno scherzo. Quasi per caso mi viene consigliata la visione di un film, Train to Busan, che racconta una storia familiare sullo sfondo dell’ennesima apocalisse zombie. La figura del living dead bramoso di carne umana è ormai canonica in qualsiasi punto cardinale ti trovi. Sarà questa la nostra bussola: icone classiche della letteratura e del cinema occidentali reinventate secondo il gusto e la sensibilità coreana.

Lo Zombi

TRAIN TO BUSAN di Yeon Sang-ho (2016)

Train to BusanIl 16 Luglio 2017 ci ha lasciato un grande, anzi grandissimo, della cinematografia mondiale: George A. Romero. Oltre a essere il padre della concezione moderna (e attuale) dello zombi, ha contribuito in maniera essenziale alla dimostrazione di quanto il cinema possa raccontare un’epoca. La figura del non morto assurge a metafora per raccontare vizi, storture e oscenità della nostra società. Anche Train to Busan non sfugge a questa regola. Il film di Yeon Sang-ho mette in scena una Corea (metonimia per il pianeta) in cui la piaga zombesca prolifera anche a causa della irresponsabilità delle agenzie finanziarie, ree di aver foraggiato le imprese sbagliate, pensando unicamente al proprio tornaconto. Il protagonista di questa storia, Seok-woo, è un broker schiavo del proprio lavoro. Dopo la separazione con la moglie non c’è altro nella sua vita se non il guadagno. Peccato che non sia esattamente così, visto che deve badare a una figlia che trascura sistematicamente. La ragazzina non lo sopporta e vorrebbe tornare il prima possibile dalla madre che abita appunto a Busan. Alla fine Seok-woo decide di accontentarla, accompagnandola sul fatidico treno. Nel frattempo il mondo precipita nel caos. La minaccia zombi e la violenza che porta con sé diventa uno strumento che non si limita a raccontare l’avidità e l’egoismo di una società frammentata in tanti individui, ma trasferisce questi vizi prima di tutto nelle dinamiche tra padre e figlia. Train to Busan è un film atipico per questo, gli zombi sono la rappresentazione di un vuoto sentimentale, dell’incapacità di ascoltare il bisogno dell’altro. Tra Seok-woo e sua figlia c’è un abisso di incomprensione e una mancanza d’affetto che solo combattendo la minaccia esterna riusciranno a colmare. Gli zombi assaltano in massa il treno e le stazioni ferroviarie, muovendosi in gruppi sempre più formicolanti e indistinti, in netta contrapposizione alle divisioni che inevitabilmente, come il genere richiede, metteranno i passeggeri del treno l’uno contro l’altro. Proprio tra i vivi, infine, si andranno a delineare i veri antagonisti. E mentre i conflitti tra questi si complicano, lo strappo tra padre e figlia si ricuce, insegnando il valore del sacrificio e dell’ascolto. Con Train to Busan Yeon Sang-ho si propone di indagare le aporie di una società sempre più autistica e individualista, ma partendo dall’irrisolto e irrisolvibile rapporto tra padri e figli.

Appunti di viaggio

  1. —> Le scene d’azione, superbe, mostrano masse di zombi muoversi come un branco impazzito. Ricorda molto l’approccio di War World Z, con la significativa variante che il lavoro degli stunt-men, nel film di Yeon Sang-ho, è preponderante.

L’Esorcista

THE WAILING di Na Hong-jin  (2016)The Wailing

L’inadeguatezza è un tratto caratteristico di molti personaggi nei film made in Korea. In The Wailing questa qualifica si applica egregiamente al modesto e ingenuo ufficiale di polizia Jong-Goo, alle prese con dei violenti casi di omicidio nel villaggio di Goksung. Volendo essere onesti, l’inadeguatezza di Jong-Goo è la stessa che ho avvertito nel barcamenarmi in questa storia che, almeno all’inizio, non ti offre alcuno strumento per orientarti. È esattamente questo l’aspetto più affascinante della pellicola di Na Hong-jin. Dapprima sembra un classico poliziesco, anche se gli inserti onirici ti fanno sospettare altro molto presto, poi vira verso il racconto horror di un’epidemia che si sta impadronendo degli abitanti del villaggio. Infine si comprende che la supposta epidemia è in realtà un caso di possessione su larga scala. Tutti questi tasselli vengono gettati sul tavolo per poi ricomporsi piano piano. Certo, che si tratti una storia di possessione diventa chiaro abbastanza presto, tuttavia l’orrore, nella sua verità sconcertante, si realizza solo nel finale.

L’esorcista di cui parlo nel titoletto è lo sciamano ingaggiato da Jong-Goo nel momento in cui anche la figlia viene toccata dal marchio demoniaco. La figura dello sciamano è depositaria di un sapere e di una tradizione antica, in contrasto con il cattolicesimo che in Corea vanta una comunità piuttosto importante. Ecco quindi che la battaglia contro il male diventa anche una riflessione su riti, cerimonie e credenze opposte. La figura dell’esorcista, come abbiamo imparato a conoscerla, subisce le inevitabili e peculiari variazioni nel contesto di una cultura antica e opposta a quella occidentale. Inoltre, se i film come l’Esorcista di Friendkin e tutta la sua progenie ci avevano abituato a concentrarci su un singolo caso di possessione, in The Wailing è tutta una comunità sotto scacco. L’imputato principale di questi gravi e inquietanti fatti è un giapponese appena trasferitosi nel villaggio, ma vi invito a non farvi ingannare, il finale riserverà delle sorprese. Il fatto che sia uno straniero il bersaglio delle accuse più infamanti si inscrive nel conflitto culturale che sin dal principio – soprattutto tra religioni antiche e nuove – sembra affliggere il villaggio.

La Creatura

THE HOST di Bong Joon-ho (2006)

The HostL’inadeguatezza, spesso, fa rima con approssimazione. Guardare l’incipit dell’acclamato film di Bong Joon-ho per credere. La nascita della mostruosa creatura al centro della pellicola pare ricollegarsi allo smaltimento scriteriato di liquidi altamente tossici. All’interno di un laboratorio uno scienziato coreano getta ettolitri di una strana sostanza attraverso lo scarico del lavandino, sotto il suggerimento del più vecchio collega americano.

La stessa approssimazione la ritroviamo in Park Gang-Doo, il narcolettico padre di una giovane ragazzina che la suddetta creatura, emersa dall’oceano, rapisce per portasela nella sua tana e mangiarsela con comodo. Non prima d’aver disseminato il panico tra la popolazione. Per non farsi mancare nulla, i media diffondono il timore di un possibile morbo derivato dal contatto con il mostro per metà pesce e per metà calamaro (almeno così l’ho intenso io). La contaminazione è un tema ricorrente nel cinema coreano di genere.

La scarsa concentrazione di Park Gang-Doo, parente stretta della narcolessia, contribuisce al suo  dramma personale, ma non gli impedisce di tentare il tutto e per tutto pur di trovare la sua bambina. Da solo non potrebbe nulla, per questo lo aiuterà la famiglia: un concentrato umano di pura eccentricità e difetti. Dalla sorella campionessa olimpionica di tiro con l’arco, ma dalla scarsa prontezza; al fratello universitario ma senza lavoro e indefesso manifestante. Sembrano usciti da un film di Wes Anderson, anche se l’estrazione sociale non è esattamente la stessa. I rapporti tra i tre fratelli non sono facili e solo superando le incomprensioni riusciranno a risolvere, insieme, le rispettive mancanze. Al di là dell’aspetto spettacolare, dove non mancano scene di pura tensione e suspense, il cuore pulsante della pellicola è riservato alle dinamiche personali dei fratelli, uniti nello scopo comune. Proprio per questo The Host può permettersi di essere al contempo drammatico, spaventoso, spassoso e ridicolo, senza che lo spettatore si senta disorientato. Difficilmente in un film analogo alle nostre latitudini può vantare una varietà tanto ricca di toni e sfumature. La scuola coreana offre una lezione importante in questo senso: la contaminazione non è un sacrilegio, ma una fonte di arricchimento.

Il Vampiro

THIRST di Park Chan-wook (2009)Thirst

Non poteva mancare il principe della notte nella squadra di mostri allestita per questo articolo. Con Thirst, Park Chan-wook – regista culto di Old Boy – realizza la sua personalissima incarnazione del vampiro. Leggendo vari articoli sull’argomento emerge che il regista si sia ispirato a Teresa Raquin di Emil Zola. Tuttavia non riesco a togliermi dalla testa che sia  una vera e propria rilettura del Dracula di Bram Stoker. Il protagonista – Song Kang-ho – interpreta la parte del sacerdote cattolico Sang-hyun. Desideroso di aiutare davvero il prossimo, parte per l’Africa sottoponendosi a un esperimento atto a trovare una cura contro un temibile virus. Il tentativo non va a buon fine, ma presto il prete torna in vita con un’insana sete per il sangue. Se il Jonathan Harker di Dracula si immolava inconsapevolmente per trovare una dimora al buon conte, nel film di Park Chan-wook il protagonista stesso diventa la casa, trasformandosi nel vampiro. Come nel capolavoro di Stoker, anche in Thirst il vampiro trova la sua “Mina”. L’occasione gli viene data quando, una volta tornato in Corea, la sua miracolosa guarigione lo trasforma in un sacerdote taumaturgo, in una sorta figura cristologia. E con ragione visto che Sang-hyun guarisce i malati. Proprio uno di questi lo conduce nella casa dove vive con la madre e la moglie. Qui incontra Tae-ju, la “Mina” che stava cercando: una ragazza cresciuta da una famiglia adottiva e costretta a sposare quel figlio inetto e debole che Sang-hyun ha salvato. Anche in questo frangente ci troviamo di fronte a tematiche affrontate proprio dall’originale letterario. Siamo di fronte a due personaggi – il sacerdote e la ragazza – in lotta con costrizioni sociali imposte o autoimposte.

Con il progredire  della “malattia” del sacerdote anche i sensi si acutizzano così come il bisogno di sangue e di carne. La passione, va da sé, irrompe nella vita di Sang-hyun, il quale non riesce mai a separarsi dalla sua bella. Gli ostacoli che si frappongono sul cammino della coppia devono essere rimossi: è un’esigenza insopprimibile. Eppure, sebbene ripete spesso il contrario, Sang-hyun rimane un uomo di Dio e le azioni compiute per ottenere ciò che tanto desidera finiscono per pesare come un macigno sulla coscienza. Sang-hyun e Tae-ju si liberano sistematicamente dei lacci imposti dalla società, dalle loro scelte passate, dalla condizione umana; ma solo per finire nel buio di un’altra prigione, forse addirittura più temibile: quella dei sensi.

Quando all’inizio del film Sang-hyun si trasferisce in Africa, uno dei medici incaricati all’esperimento spiega come spesso i volontari accettino il rischio solo per un taciuto desiderio di morte o martirio. Non si tratta di un’autentica spinta alla carità, ma solo l’ennesima manifestazione di individualismo. Probabilmente il vero male del nostro tempo.

Appunti di viaggio

  1. —> Avviso ai viaggiatori: ho la netta sensazione, suffragata da un certo numero di pellicole viste, che gli autori coreani non scendano mai sotto le due ore di durata.

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