Sebastião Salgado – Exodus

Sebastião Salgado - Exodus

“Vïàggio s. m. [dal provenz. viatge, fr. ant. veiage, che è il lat. viatĭcum «provvista per il viaggio» e più tardi «viaggio»; cfr. viatico]. – 1. L’andare da un luogo ad altro luogo, per lo più distante, per diporto o per necessità, con un mezzo di trasporto privato o pubblico (o anche, ma oggi raramente, a piedi)”

Dizionario Treccani

“Questo esodo impressionante di esseri umani alla ricerca di un destino nuovo e migliore tocca nel profondo l’anima di ognuno di noi e non può lasciare nessuno insensibile.”

Shimon Peres

La parola “viaggio”, nel parlare comune e nella pagine di questo blog, assume quasi sempre una connotazione positiva. Conduce la mente a posti esotici, nuove persone, svago, libertà. Raramente realizziamo che, per molti popoli della Terra, il “viaggio” è l’unica speranza che hanno di vivere una vita migliore, di scappare dalla guerra, di sfuggire ad una morte certa.

Quando migliaia di persone sono costrette a questo, il viaggio diventa Esodo.

Oggi recensirò uno dei libri fotografici che ogni appassionato di fotografia dovrebbe possedere, o aver letto almeno una volta.

Exodus”, riedizione dell’opera “Migrations”, del 2000, è forse il libro più profondo e toccante di Sebastião Salgado.

Sebastiao Salgado Exodus

Fotografo di immenso talento, nonché viaggiatore instancabile e reporter fuori da ogni schema, Salgado è forse uno degli artisti più personali del nostro tempo. Il suo bianco e nero così riconoscibile, la composizione curata in ogni dettaglio, la bellezza e dignità che dona ad ogni soggetto, anche il più umile, è qualcosa a cui noi tutti dovremmo aspirare. Negli anni, schiere di fotografi hanno tentato di “imitare” Salgado, scattando in B & W e realizzando reportage nelle aree più depresse del mondo; ma nessuno è mai riuscito a raggiungere il suo livello.

Sebastiao Salgado Exodus

Non mi dilungherò nella biografia di un artista che non ha certamente bisogno di essere presentato; mi limito a consigliarvi la visione del bellissimo film di Wim Wenders “Il sale della Terra”, dedicato alla vita e opere di Salgado.

L’opera oggetto di questa recensione. Exodus, è un libro imponente: circa 430 pagine, in un formato King Size che rende giustizia alla bellezza delle fotografie che contiene. La casa editrice, la Taschen, è ben nota per la qualità delle sue pubblicazioni e anche Exodus non fa eccezione; la stampa, la carta e la rilegatura sono di prim’ordine; inoltre, l’aggiunta di un piccolo libretto in allegato con le didascalie di ogni immagine permette di sfogliare comodamente il libro e consultare le note senza sacrificare il layout delle pagine o costringere il lettore a saltare continuamente all’inizio o in fondo. Una feature  che ci piacerebbe vedere più spesso in volumi di questa dimensione.

Exodus narra (fotograficamente parlando) i 6 anni che Sebastião Salgado ha passato a documentare le più grandi migrazioni della Terra, lo spostamento in massa di migliaia di persone a causa di guerre, povertà, fame, carestia. Più di 35 Paesi visitati, centinaia di fotografie di grande impatto che testimoniano una tragedia che oggi più che mai resta attuale. Sebbene più di vent’anni dividano il nostro presente dal passato di quelle immagini, è difficile non ritrovare in esse una profonda correlazione con quelle dei profughi della Siria e degli altri Paesi in guerra che oggi vediamo ogni giorno. La fotografia di Salgado ha il potere di trascendere tempo e spazio; essa non ritrae solo “un evento storico”, ma rappresenta una condizione umana che va oltre la storiografia, un istinto di sopravvivenza che l’uomo possiede dall’alba dei tempi.

L’opera è divisa in 4 grandi capitoli:

  • Migranti e rifugiati: l’istinto di sopravvivenza
  • La tragedia Africana: un continente alla deriva
  • L’America Latina: esodo rurale e disordine urbano
  • L’Asia: il nuovo volto urbano del Pianeta

Sebastiao Salgado Exodus

Quattro diverse zone della Terra, quattro situazioni apparentemente differenti; ma, come dice lo stesso Salgado nella prefazione, intimamente legate, parte dello stesso destino. Negli occhi dei profughi africani si ritrova lo sguardo dei rifugiati dell’Ex Jugoslavia; i mucchi di cadaveri sulle strade della Tanzania e del Rwanda riecheggiano nelle bare dei contadini assassinati in Brasile. Exodus è un’unica, tragica storia umana, la testimonianza di un filo comune che lega tutti noi.

Senza mezzi termini, gli scatti che Sebastião Salgado ha consegnato alla Storia sono dei capolavori. Su tutte le 430 pagine, sono veramente pochissime le fotografie a cui ci si può “permettere” di dedicare un breve sguardo; le restanti inducono a soffermarsi, osservare, riflettere. Più di una volta, leggendo, mi sono chiesto come fosse possibile che un solo uomo abbia realizzato così tante immagini di tale bellezza. Nel guardarle, mi sono spesso soffermato a pensare quanta forza di volontà sia servita per ottenere quegli scatti; a come Salgado sia riuscito a mantenere la freddezza necessaria e la presenza di spirito per alzare la fotocamera e ritrarre atrocità indicibili, di fronte a coloro che ne erano vittime. Un testimone venuto da un altro mondo, ai loro occhi. Un uomo che ha avuto il fegato di guardare in faccia la morte e la disperazione, e in qualche modo, renderle sublimi; trasformarle nelle icone senza tempo che, forse, hanno contribuito a rendere il mondo consapevole di tale infinita tragedia.

Sebastiao Salgado Exodus

Ciò che rende Salgado davvero eccezionale è l’estrema cura che si percepisce in ogni suo scatto. È abbastanza intuitivo che alcuni soggetti particolari, come elementi naturali di grande fascino (tramonti, nuvole, paesaggi) o condizioni umane estreme (anziani con il volto rugoso, bambini poveri, grandi masse di persone riunite in un unico posto) consentano già di per sé di scattare una fotografia notevole. Pensiamo ad esempio alla famosa Ragazza Afghana di McCurry: onore al merito del grande collega di Salgado per questa fotografia iconica, ma bisogna ammettere che il soggetto già di per sé era eccezionale.

Salgado riesce ad andare oltre il semplice soggetto. Ogni sua inquadratura, ogni scena catturata sulla pellicola è come un dipinto meticolosamente pennellato. Dalle immense distese di uomini in marcia, alle nuvole minacciose sopra la città, fino al semplice ritratto, ciascuna immagine è prima di tutto Arte; Arte che si fonde con la cronaca, la denuncia, la necessità di mostrare al mondo cosa succede al di fuori dei confini delle Nazioni cosiddette “civilizzate”.

Sebastiao Salgado Exodus

So che non è mai bene fare confronti, ma se si prende ad esempio ancora Steve McCurry e si affiancano due rappresentazioni dello stesso evento (l’incendio dei pozzi petroliferi in Kuwait), ciò che scrivo appare evidente: reportage fotografico perfetto da parte di McCurry, e meravigliose immagini… Ma personalmente, quando osservo gli scatti di Salgado, sento che c’è qualcosa in più.

© Steve McCurry – © Sebastião Salgado

Infine… andando un po’ contro le convenzioni, ho scelto di lasciare per ultima la parte che più mi è piaciuta del libro: l’introduzione.

Personalmente, sono convinto che la fotografia sia l’espressione dell’uomo che la realizza. Ero già consapevole, avendo visto “Il sale della Terra”, che l’uomo Salgado fosse del tutto all’altezza delle sue opere. Leggere la sua introduzione a Exodus, scritta nel 1999 a Parigi, e comprendere come le sue parole siano più che mai applicabili all’epoca odierna, e anzi profetiche, mi ha fatto comprendere due cose. La prima, positiva, è che uomini come Salgado forse possono contribuire a cambiare le cose, e insegnare all’umanità il rispetto del diverso, la comprensione della tragedia, la pietà per la sofferenza.

La seconda è che, forse, non l’impareremo mai.

Ho incontrato dignità, solidarietà e speranza in situazioni dove ci si sarebbe aspettato solo rabbia e rancore. Ho conosciuto persone che, pur avendo perso ogni cosa, erano ancora disposte a fidarsi di un estraneo. Sono giunto a provare la massima ammirazione per gente che ha rischiato tutto, vita compresa, per andare in cerca di un destino migliore. Trovo stupefacente fino a che punto gli esseri umani sappiano adattarsi anche alle circostanze più difficili.

Ma se la sopravvivenza è il più forte dei nostri istinti, troppo spesso si esprime solo attraverso l’odio, la violenza e l’avidità. I massacri cui ho assistito in Africa e in America Latina, la pulizia etnica in Europa, mi hanno indotto a chiedermi se gli esseri umani impareranno mai a domare i loro istinti più bassi.”

Sebastião Salgado

 

Per tutte le immagini di questo articolo © Sebastião Salgado

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