Robert Capa – Leggermente fuori fuoco

Robert Capa

“Dal momento che sei tu a volerti lanciare col paracadute e fotografare la mia divisione durante il combattimento, non mi importa che tu sia ungherese, cinese o altro. Ti sei mai lanciato prima?”

“No, signore.”

“Bene, non è del tutto naturale ma non ci sono motivi per non farlo.”

Signore e signori, vi presento Endre Ernő Friedmann, meglio conosciuto con lo pseudonimo (poi divenuto suo nome reale) di Robert Capa. Grande fotografo, reporter, viaggiatore, bevitore, casanova, temerario: Robert Capa è tutto questo ed anche di più. Uomo di grande coraggio e sottile ingegno, ha saputo raccontare la storia dei grandi conflitti del ‘900 attraverso fotografie di grande impatto, realizzate con uno sprezzo del pericolo che traspare da ogni pagina del libro che andiamo a recensire.

Robert Capa

“Leggermente fuori fuoco” non è un vero e proprio libro di fotografia: è il romanzo autobiografico che lo stesso Capa ha scritto dopo la sua esperienza di corrispondente durante la Seconda Guerra Mondiale, dal Nordafrica alla Sicilia, per arrivare allo Sbarco in Normandia e alla Liberazione di Parigi. Una sorta di “diario di viaggio”, un racconto (un po’ romanzato, se vogliamo) degli avvenimenti che scossero l’Europa, e il Mondo, dal 1942 al 1945, visti con gli occhi di un reporter ungherese alla ricerca dello scoop, della “fotografia perfetta”, pronto a seguire un battaglione di fanteria nel deserto africano o a lanciarsi da un bombardiere americano su Berlino.

Scritto in uno stile asciutto e molto “diaristico”, è un libro appassionante, che vi trasporta immediatamente nel cuore del più grande conflitto che la storia ricordi, e in un’epoca che sembra ormai anni luce lontana da noi.

All’interno vi sono numerose immagini di Robert Capa, corredate da esaurienti didascalie, che danno un’idea visiva dei fatti raccontati nel testo. Il libro, interamente plastificato, è di circa 300 pagine, e contiene l’introduzione di Richard Whelan, un grande biografo, e del fratello di Robert Capa, Cornell.

Robert Capa

Quel che salta all’occhio, nella narrazione di Capa, è come egli viva il suo lavoro più o meno come un’avventura. Mentre nelle parole di fotografi come McCurry o Salgado è sempre piuttosto evidente il respiro “umano” del loro atteggiamento verso la fotografia in genere, è difficile trovare punti nel romanzo di Capa in cui ci si soffermi sulla condizione umana, sulla vita, sulla morte o sulla futilità della guerra. Per darvi un’idea di quello che sto dicendo, nell’intervista a McCurry del libro che abbiamo recensito qui il fotografo afferma chiaramente che egli considera le proprie immagini fondamentali per portare all’attenzione del mondo la condizione del popolo afghano.

D’altra parte… Capa apre così la narrazione:

Non c’era più nessunissimo motivo per alzarsi la mattina. Il mio studio era in cima ad un piccolo edificio a tre piani della 9^ strada, un ampio lucernario sul tetto, un grande letto nell’angolo e un telefono sul pavimento. Nient’altro, né altri mobili né neppure un orologio. Mi svegliava la luce del sole. Non sapevo che ora fosse né la cosa mi interessava granché. Avevo deciso di non fare una mossa finché il telefono non avesse squillato e qualcuno non mi avesse proposto qualcosa, come un invito a pranzo, un lavoro o, almeno, un prestito.”

Non squillerà il telefono, ma con una lettera Collier’s (un noto magazine americano dei primi del ‘900) gli proporrà 1500 dollari per un lavoro da fotografo, invitandolo a partire per nave alla volta dell’Inghilterra entro 48 ore qualora avesse accettato. E Robert Capa, privo di passaporto perché identificato negli USA come “potenziale nemico” e quindi in attesa di accertamento, non trova di meglio che recarsi in ambasciata, fare amicizia con un funzionario, invitarlo ad una cena a base di ostriche e copioso vino bianco, e convincerlo a fare un paio di telefonate e sbloccare la situazione. E questo definisce quello che sarà il “personaggio” di Capa per l’intero libro: un uomo che ama la vita, ama le donne (anzi, in particolare una donna, la “Pinky” che l’aspetterà a Londra per tutto il tempo dei suoi viaggi), e ama vestirsi bene: come lui stesso dice, commentando il fatto che avesse indosso un impermeabile di Burberry’s durante lo sbarco in Normandia, “Ero certamente, in quel preciso istante, il più elegante di tutti gli invasori”.

“Ma come?” –  vi chiederete – “quindi il tuo giudizio su Robert Capa, uno dei più grandi fotografi della storia, è sostanzialmente quello di un viveur che ha partecipato ad uno dei più grandi conflitti mondiali solo per il gusto dell’avventura?”

E io rispondo: assolutamente no.

L’atteggiamento di Robert Capa è quanto di più affascinante ci possa essere in un fotografo. Trovare espedienti per continuare a poter lavorare al fronte, seguire in azione i soldati e anzi farsi assegnare alle unità che saranno più vicine alla battaglia, paracadutarsi senza esitazioni per la prima volta nella propria vita pur di essere parte di un momento storico, avvicinarsi così tanto  durante una sparatoria da poter ritrarre “l’ultimo soldato morto della II Guerra Mondiale”: questa è l’essenza di Robert Capa. Un uomo che ha dato tutta la vita alla fotografia, che si è consacrato alla propria missione; e che ha trovato la morte facendo il suo lavoro, mettendo un piede su una mina antiuomo in Indocina.

Mi piace pensare che forse, un po’ come un Philip Marlowe della fotografia, abbia nascosto l’angoscia della guerra e la paura che deve aver provato in mezzo alle bombe di Omaha Beach sotto una patina di spregiudicatezza e sprezzo del pericolo. Non so se è vero; ma so che se, ancora oggi, migliaia di coraggiosi fotografi rischiano ogni giorno la vita per documentare gli orrori della guerra… c’è un po’ di Robert Capa in ognuno di loro.

Se a questo punto mio figlio mi interrompesse chiedendomi qual è la differenza che passa tra un fotografo corrispondente di guerra e un qualsiasi altro soldato in divisa, risponderei che un fotoreporter di guerra gode di una maggior numero di drink e di belle ragazze, è meglio pagato e ha maggiore libertà di movimento ma, a un certo punto del gioco, avendo la possibilità di scegliere, il suo dilemma e se continuare o comportarsi da vigliacco, sapendo che non finirà per questo di fronte al plotone d’esecuzione. Il corrispondente di guerra mette in gioco la sua vita con le proprie mani, può puntare la posta su questo o quel cavallo o rimettersi il danaro in tasca fino all’ultimo minuto. Sono un giocatore. Decisi pertanto di andare con la compagnia “E”, nella prima ondata.”

Robert Capa, la notte precedente lo sbarco su Omaha Beach.

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