Il mondo di Steve McCurry

Il mondo di Steve McCurry: Steve McCurry si racconta a Gianni Riotta © Steve McCurry
Il mondo di Steve McCurry: Steve McCurry si racconta a Gianni Riotta

Steve McCurry si racconta a Gianni Riotta.

Una foto nasce senza che tu l’abbia creata o voluta o cercata, ma al tempo stesso hai faticato per arrivare in quel momento e in quel luogo e ti sei predisposto, con il giusto stato d’animo, a vedere quel che altrimenti – se fossi troppo teso o distratto, o anche troppo concentrato e assorbito da te stesso – non vedresti mai.

In questa frase è riassunta tutta la filosofia e lo stile di Steve McCurry. Le sue immagini iconiche, il suo mostrarci un mondo vivo, pulsante, colorato, tragico, drammatico e affascinante: tutto deriva da questo. La fotografia non è il fine a cui si deve aspirare, non è l’idea dell’immagine che poi andrà sulla copertina del National Geographic (o più realisticamente, otterrà molti like su Facebook). Niente di tutto questo. È la catalizzazione di un’esperienza, la sintesi di uno stato d’animo, il “nostro” modo di raccontare quello che abbiamo visto in un giorno, un mese, un anno, anche solo un minuto.

Quando ho chiuso il libro di Gianni Riotta, tratto da una bella intervista all’amico e collega Steve McCurry, ho provato la rara sensazione di essere una persona, e un fotografo, un po’ (poco poco) migliore di prima. Mi rendo conto che è un’affermazione piuttosto seria, però vi assicuro che nel momento in cui uscirete dal mondo in cui vi ha accompagnato uno dei migliori fotografi di questo (e dello scorso) secolo, ciò che proverete sarà proprio questo.

È consuetudine esprimere il proprio parere sull’opera alla fine della recensione. Io invece vorrei rompere la tradizione e dirvi subito che Il mondo di Steve McCurry è un libro che tutti i fotografi, e tutti gli appassionati di fotografia, dovrebbero leggere e rileggere. Un esempio di come, a volte, mettere giù la macchina fotografica e capire semplicemente “cos’è una buona immagine” vale più di mille gite fuori porta. Insomma: finite questa recensione (non è che perché vi ho dato subito il verdetto dovete piantarla lì) e correte a comprare il libro in questione.

Pubblicato da Mondadori nel giugno 2016, è un viaggio (un po’ cronologico, un po’ tematico) attraverso più di 40 anni di carriera di Steve McCurry. Si parte dallo Steve bambino a Philadelphia, negli anni ’50, per passare al College, ai suoi viaggi da ventenne attorno al mondo, in Europa, in Africa, per poi ritornare all’Università, alla Pennsylvania State University, a studiare Storia, Teatro e Cinematografia. Fino alla passione per la fotografia, nata quasi per caso, e alle prime esperienze come reporter per giornali.

E nel 1979, la prima avventura di Steve: in Afghanistan, per documentare l’invasione sovietica, la resistenza dei Mujaheddin, le sofferenze della popolazione. Senza un incarico ufficiale, senza scorta, senza interpreti: un uomo solo, con la macchina fotografica in mano e il fegato di rischiare la vita e oltrepassare il confine militarizzato. E poi il successo, le fotografie storiche, la “Ragazza Afghana” (e l’incontro con lei ormai adulta, 19 anni dopo), i pozzi in fiamme in Kuwait, il reportage sull’11 settembre 2001, l’ultimo rullino Kodachrome.

Mi ha colpito in maniera particolare il recente servizio sui malati di AIDS in Vietnam, volto a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza dei farmaci retrovirali: ne allego alcuni scatti. La potenza di queste immagini (che ad essere sincero non avrei mai avuto il coraggio di realizzare) è impressionante. Per concludere, in fondo al volume, sono state allegate (su carta fotografica, da notare) alcune fotografie inedite dello stesso McCurry al lavoro, per una volta dall’altra parte dell’obiettivo, oltre ovviamente a molti dei suoi lavori più noti.

 © SteveMcCurry
Nguyen Van Luoc and his wife at home, Thai Nguyen province, Vietnam, 2007.
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Nguyen Quoc Khanh waiting to get his results from his blood test.
Nguyen Quoc Khanh, 44, husband of Tiep, father of Tanh, 16, and Binh, 13, began using opium when working in a gold mine. When opium sellers switched to heroin around 1995, Khanh did too, and then succombed to shared needle use. Khanh first fell ill in 2002 and in 2007 he acquired TB. By the time he started antiretroviral treament, he was so weak he spent most of his life in bed. Only a few months after he began taking his ARVs he had found work and refurbrished their apartment. Tiep feels that treatment has brought dignity back to the family.
© SteveMcCurry
Nguyen Van Luoc wife, Thai Nguyen province, Vietnam, 2007.
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VIETNAM. Hanoi. November-December 2007. NGUYEN Van Luoc, 42, was a farmer and metal shop worker who contracted HIV by sharing a needle with his AIDS-infected brother, in 2006. He has since passed away.

 

In questo libro non troverete nozionismi tecnici. Niente frasi come “ho usato un diaframma più aperto per avere un bokeh migliore” o “l’85 mm è il mio obiettivo preferito”. Steve accenna forse un paio di volte a questioni tecniche, niente di più, e comunque in modo molto naturale. Ciò che veramente si apprende da lui è l’amore profondo non tanto per la fotografia in sé, quanto per tutto ciò che essa rappresenta. L’amore per il mondo, tutto quanto, per i popoli che lo abitano. La profonda comprensione umana di un uomo che ha conosciuto veramente i teatri di guerra su cui si discute oggi, con abissi spaventosi di ignoranza, sui vari social network; e ne parla con grande imparzialità e acume. Analizza con freddezza il mestiere di fotografo e il suo significato; discute di etica, del rispetto del tuo soggetto, della cortesia di non scattare mai una foto non gradita. Secondo Steve, sei tu il primo giudice. Quando senti che hai fatto qualcosa di buono, lo sai, lo sai e basta.

E tuttavia, a far da contraltare, racconta delle innumerevoli volte che è stato imprigionato, derubato, malmenato o interrogato; di come abbia rischiato di annegare per ben tre volte; dei bombardamenti sotto cui si è trovato. Dei rischi, della paura; della necessità di affidarsi a sconosciuti confidando unicamente nella loro buona fede, o nella fragile armatura del tuo ruolo di reporter.

Per poi concludere:

“Spesso si parla di coraggio nei racconti di chi è stato in prima linea, in verità non ti spinge un astratto coraggio, la voglia di fare l’eroe, è coscienza professionale, fare bene il tuo lavoro. Se il rischio ti intimidisce, se hai voglia di tornare indietro, star coperto, ti scatta il dubbio: «Se agisco con troppa cautela e perdo la foto buona che intravedo, starò male, mi pentirò». (…) Ti chiedi in partenza: «Voglio lavorare su questa storia?». Ci sono teatri in cui il rischio è eccessivo, il gioco non vale la candela, io credo che oggi in Siria i rischi per un professionista siano troppo elevati, non importa quanto bene ti organizzi. Se alla fine dici «Ok, facciamo questa storia», accetti gli azzardi e li contrasti dandoti da fare. Se no, chi mai racconterà la storia che hai davanti, man?”

Tu, Steve. Chi altri?

 

 

Per le fotografie di questa pagina © Steve McCurry

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