Milano ad Agosto

Anche quest’anno, puntuale e inesorabile come i servizi sul meteo, l’estate! Dopo tanto girovagare per il mondo, comodamente acciambellato sulla poltrona ricoperta di peli di gatto, è venuto il momento di prendersi una vacanza. Un viaggio tanto per cambiare, ma potrei usare le gambe  stavolta per spostarmi da un punto A a un punto B. Affascinante visitare paesi nuovi  attraverso il cinema, però ogni tanto non è male nemmeno andarci di persona.

Dunque vediamo, al solito di soldi ce ne sono pochi. Quando l’economia scarseggia bisogna necessariamente sfruttare un’altra tipologia di risorse: ingegno e creatività. Ovviare al portafoglio sgonfio è solo una questione di inventiva, di capacità nel cogliere l’attimo. Bene. Quest’anno me ne starò a casa.

Creatività, ingegno, inventiva. I soldi non ci sono, punto. Fine della storia. Riaccomodiamoci sulla poltrona. Di fronte a me lo schermo nero; fuori il sole comincia già a fare il prepotente. Mi tornano alla mente gli anni trascorsi a Milano, quando di vacanze non se parlava proprio e ci si preparava a una desolante estate tra parchi boccheggianti e asfalto rovente. Non ci credevo a chi mi diceva che Milano ad agosto potesse essere bella. E invece è proprio così: vivibile e percorribile, anche in auto, roba da pazzi! Un’esperienza sorprendente,  soprattutto per chi, come me, o si accontentava oppure… beh, si accontentava. Camminare per Milano ad agosto ti permetteva di riscoprire la città, di badare più a cosa ti circondava piuttosto che a mettere un piede dopo l’altro il più rapidamente possibile. Poi realizzo e allargo le braccia: io non vivo più a Milano.

Accendo lo schermo, farci un giro cinematografico non costa niente. Considerando la distanza, potrei anche prendere l’auto. Ma che vai a fare a Milano d’agosto se non ci abiti?

PIOMBO E INCHIOSTRO

Milano è sempre stata una location cinematografica. Certo, si sono alternati  periodi felici a meno felici, ma la filmografia che riguarda il capoluogo lombardo è davvero sterminata e ricca di titoli insoliti.

Parlando di periodo felici e meno felici  Milano ha conosciuto un exploit cinematografico negli anni Settanta, gli anni di piombo e delle contestazioni, della repressione e della strategia della tensione. Ma sono anche gli anni di un fermento culturale rimasto, per certi versi, irripetibile. La componente ideologica e politica permea i dibattiti, la cronaca imbeve il cinema di quel periodo. Sì, nonostante il caos e la tensione palpitanti tra le compagini sociali, l’industria cinematografica è viva in ogni sua manifestazione: dal cinema d’autore al genere.

Sbatti il mostro in prima paginaIl tour meneghino comincia dal Castello Sforzesco dove un giovane Ignazio La Russa arringa la folla invitando a resistere tenacemente all’onda rossa che sta devastando il paese. Esordisce così SBATTI IL MOSTRO IN PRIMA PAGINA di Marco Bellocchio. Siamo nel 1972, nel pieno dello scontro tra i Rossi e i Neri. Una lotta per la conquista del potere che non ammette esclusione di colpi e che pretende l’utilizzo di tutti i mezzi possibili, primo fra tutti, la stampa. Al di là del contesto politico e culturale dell’epoca è straordinario come questo film parli al presente.  Prendiamo per esempio il luciferino personaggio interpretato da Gian Maria Volontè (a proposito,  non si è mai troppo parchi nel ricordare il lavoro di questo attore fenomenale). Il direttore Giancarlo Bizanti sfoggia un cinismo e una freddezza spietate nel gestire il giornale di proprietà di un grosso industriale. Manipola le parole e in questo senso è memorabile la lezione di titolistica data al nuovo e ingenuo collaboratore che crede nella neutralità della stampa. Manipola le persone, dalla polizia alla disperata e innamorata Rita Zigai – Laura Betti, anche in questo caso doverosa menzione – che prima difende e poi accusa il ragazzo indicato come possibile responsabile del caso di omicidio sui cui verte il film. E manipola i fatti nascondendo l’identità del vero assassino. Lo scopo è mettere in cattiva luce il partito avverso indirizzando le attenzioni sul giovane contestatario. Bizanti rivendica il dovere della stampa di schierarsi per difendere i valori della società nella quale si vive. .

Percorriamo via Dante, superiamo Cordusio e affacciamoci in piazza Duomo. Lì assistiamo al primo passaggio di consegna di un cartoccio di denaro. La sequenza continua, incalzata dal brano di Luis Bacalov, fino a quando l’ultimo destinatario del pacco scopre che all’interno c’è solo carta.  Rocco Musco – un Mario Adorf sudatissimo – riannoda il filo degli intermediari fra botte e torture. Raggruppa in una matassa di corpi i possibili traditori e li elimina in maniera esemplare, facendoli saltare in aria.

Milano Calibro 9Bisogna dirlo senza timore di apparire banali:  MILANO CALIBRO 9 di Ferdinando di Leo (1973) parte col botto e non lascia un attimo di respiro per tutta la sua durata. La tensione non si smorza mai, perché la famigerata somma di denaro non è più venuta a galla. L’unico che può saperne qualcosa è il criminale Ugo Piazza,  impersonato da Gastone Moschin. Lui era l’ultimo della filiera, ma, guardacaso, è disgraziatamente finito dentro. Una volta uscito di prigione  dovrà fare i conti non solo con l’Americano – il boss a cui sono stati sottratti quei denari – ma anche con la polizia che non lo perde d’occhio e con un vecchio amore che non riesce proprio a dimenticare. Ma alla fine Ugo Piazza quei soldi li ha presi davvero?

Film di genere per eccellenza, di un genere ormai defunto e che ha vissuto la sua età dell’oro negli anni Settanta, Milano Calibro 9 rappresenta un modo di fare cinema che stiamo cercando di recuperare, dove il gusto per l’intrattenimento, per la sensazione, non è in contraddizione con tematiche attuali e spinose. Emblematico, in questo caso, lo scontro fra vecchie e nuove generazioni di poliziotti che si consuma in questura rispetto a quali sarebbero i veri nemici da combattere .

Questi piccoli capolavori hanno la capacità di arrivare a tutti. Oltre al sangue e alle pallottole c’è molto di più: la descrizione di un sistema di valori ormai morente e il racconto di una società in perenne conflitto. Fernando di Leo,  regista di Milano Calibro 9 e di tanti altri noir all’italiana  –  così come i grandi autori di genere che segnarono l’epoca – aveva in grande considerazione il suo pubblico. Denuncia sociale e intrattenimento non sono in opposizione, ma possono e devono coesistere.

Appunti di viaggio

  1. —> Bizanti è direttore de “Il Giornale”, il quotidiano di Montanelli sarebbe nato solo due anni più tardi.
  2. —> Il famigerato metodo Boffo, applicato nel 2014 contro l’allora direttore dell’Avvenire, non può che essere figlio di una logica del fango di cui Bizanti è un fulgido e consenziente promotore.

PARLA E (AMA) COME MANGI

Io sono l'AmoreDuomo, Montenapoleone, Turati, Repubblica, Centrale. Sono le cinque fermate sulla linea gialla della metropolitana di Milano che portano in stazione. La neve si posa come un mantello sull’imponente struttura inaugurata nel 1931. È inverno quando la storia della ricca famiglia borghesi dei Recchi in IO SONO L’AMORE (2009) ha inizio. La pellicola di Luca Guadagnino del 2009 ricorda i melodrammi di Douglas Sirk per come dipinge con grazia un amore travagliato e forse sbagliato sullo sfondo di una società opulenta,  ma che sta cedendo il passo a un mondo nuovo.

La vicenda amorosa tra l’altolocata Emma Recchi – Tilda Swinton – e il cuoco Antonio – Edoardo Gabbriellini – ripropone gli stilemi tipici del genere, in bilico tra religiosa osservanza e vivace aggiornamento. Il cibo come veicolo di passione non solo è galeotto ma è anche propulsore dell’amore adulterino. I piatti rispecchiano l’eleganza e la finezza dell’ambiente borghese nonché la purezza del sentimento tra il giovane e la meno giovane matrona. I pranzi e le cene e le feste, di viscontiana morigeratezza, strutturano la trama del film verso la sua inevitabile, melodrammatica, conclusione.

Fame ChimicaDall’altissimo, anche dal punto di vista produttivo, al bassissimo. Dai quartieri centrali di Milano alla periferia lercia di piazza Gagarin nel quartiere Barona, periferia sud di Milano. La soavità musicale di Io sono l’Amore si piega alle rime sputate dell’hip hop suburbano. L’appetito (sessuale) delle classi agiate si trasforma in un bisogno proletario, in quella FAME CHIMICA che dà il titolo a questo film del 2003. Paolo Vari e Antonio Bocola ci guidano nei ritmi sincopati di una piazza – quella intitolata al famoso astronauta russo – dove si consumano in pochi metri le vite spente dei ragazzi dell’hinterland milanese. Non c’è possibilità di progettare, di pensare al futuro, tutto è legato alla contingenza: il lavoro è precario, l’amicizia è precaria e così anche l’amore consumato lì per lì, perché non sai mai cosa potrà accadere domani. Le contrapposizioni ideologiche tra i protagonisti suonano un po’ stanche anche se il tema della convivenza tra italiani e immigrati è all’ordine del giorno. Così come la lotta per i diritti del lavoro. Ma forse sono le formule con cui si identificano le parti a essere trite e inadatte. Sinistra e destra sono categorie che appartengono al passato: l’unica via d’uscita dal pantano di questo paese è fuggire, come la Maya interpretata da Valeria Solarino.

Fame Chimica ha l’indubbio pregio di ricondurre lo sguardo sulla periferia, descrivendo un’umanità autentica che, nella propria inadeguatezza, ci avvicina molto come spettatori. Un po’ Ken Loach nel tratteggio di tematiche e personaggi, un po’ The Wire per lo sfondo, la pellicola di Vari e Bocola mette in scena una fame di lavoro, di futuro, di vita. Quelle anime che sembravano spente in una routine da non-morti si dimostreranno infine delle braci accese e pulsanti.

Appunti di viaggio

  1. —> In Io sono l’Amore i riferimenti alti non mancano: di proustiana memoria il montaggio parallelo tra l’impollinazione di un fiore e il rapporto sessuale tra i due protagonisti.

ULTIMA TAPPA: AGGLOMERATO NEL NORD

NirvanaOltre la periferia, c’è l’ignoto. Ti guardi alle spalle per dare un’ultima occhiata alla capitale morale e ti accorgi che è tutto diverso. Milano non esiste più, al suo posto una babele che ha preso il nome di Agglomerato del Nord. NIRVANA (1997) rappresenta uno dei pochi esempi di film fantascientifici prodotti nel nostro paese. Un azzardo vista la scarsa fortuna e il pregiudizio verso il genere. Eppure le cose stanno cambiando. Ormai il pubblico italiano è abituato alla fantascienza e forse è giunto il momento di tentare un nuovo affondo in questo genere che appare tanto lontano e incredibile, quanto vicino nel raccontare temi che ci riguardano come persone e cittadini.

Forse il film di Gabriele Salvatore è arrivato un po’ presto, appesantito da un’amalgama di suggestioni che lo rendono un prodotto fortemente derivativo. Un po’ Blade Runner, un po’ Il Tagliaerbe, un po’ Tron; Nirvana propone una trama che, per chi mastica il genere, si sviluppa in maniera piuttosto prevedibile. Eppure ha il grande merito di non rifuggere l’ambizione dimostrando in tempi non sospetti che anche in Italia si può fare fantascienza. Anzi, di più, si può fare cinema di fantascienza a Milano, perché Nirvana è stato girato a Portello – nord est della città – nei vecchi stabilimenti dell’Alfa Romeo. Il riscontro dal punto di vista del botteghino ha inoltre appurato una verità inedita: esiste un pubblico molto più numeroso di quanto si possa pensare, affamato di fantascienza. Uno di questi è il babbo che sta scrivendo.

Appunti di viaggio

  1. —> Volti noti della comicità milanese compaiono nella pellicola, tra gli altri: Bebo Storti, Paolo Rossi e Claudio Bisio.
  2. —> Diego Abatantuono come protagonista di un videogioco d’azione è forse la trovata comica migliore del film.

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