Dentro o Fuori – Iran

Dentro o Fuori - Iran

Crisi. Sembra che la bussola di questi Viaggi Incredibili si sia orientata su paesi in conflitto. Non c’è modo di cambiare rotta. Il timone è come bloccato e non possiamo fare altro che condividere questo destino, assumendo il fatto che paesi pacificati forse non esistono.

D’altronde, quando prendi il largo dalla Grecia, viene quasi automatico passare a dare una visita al suo nemico storico. Inoltriamoci perciò in Medio Oriente e, come Alessandro Magno, attraversiamo la mezzaluna fertile – magari il più velocemente possibile, non è proprio un bel momento – e bussiamo alle porte dell’Iran. Addentriamoci all’interno di civiltà millenaria che oggi, nonostante la repubblica islamica sorta dalla rivoluzione del 1978-1879, è lacerata da una profonda frattura culturale. Da un parte fermenti occidentali che si riagganciano al modernismo imposto dagli Scià; dall’altra l’ancoraggio alla tradizione sciita voluto dagli ayatollah. Ovviamente le cose non sono mai così manichee, anche dal punto di vista culturale. L’industria cinematografica in Iran, per esempio, è una realtà composita e articolata, dove ogni anno vengono prodotti diversi film e dove molti autori, che potrebbero sembrarci scomodi, lavorano.

Fuga Impossibile

UNA SEPARAZIONE di Asghar Farhadi (2011)

una-separazioneUna scelta non troppo audace, ammettiamolo. Una Separazione è il primo film iraniano a vincere l’oscar come miglior film straniero. Tuttavia, se vai a Parigi per la prima volta, vuoi non vedere il Louvre? Ammetto che all’inizio ho avuto alcuni tentennamenti. Una coppia progressista, civile, laica, è sul punto di separarsi perché la moglie intende lasciare l’Iran una volta per tutte. Il marito, al contrario, è fermamente intenzionato a restare perché deve badare al vecchio padre, affetto da Alzheimer. Quando viene ingaggiata una badante profondamente religiosa i guai aumentano e tutto sembra precipitare in un maelstrom di sfiga alla Inarritu che mi ha un po’ interdetto: capitano proprio tutte a loro! Ma ben presto ci si accorge che ogni passaggio drammaturgico costituisce un meccanismo per nulla arbitrario se riferito al contesto e alle dinamiche sociali narrate.

Allora ti lasci trasportare completamente in quel mondo nel qual appartenere o sostenere un determinato stile di vita conduce a conseguenze molto concrete, soprattutto dal punto di vista dei legami affettivi.

Farhadi non si limita a dipingere, dal suo paese e nel suo paese,  questa frattura fra le due anime della società iraniana che spesso incasella proletari e borghesi nei ruoli di tradizionalisti e modernisti; aggiunge altro. In un’intervista il regista ha spiegato come concepisca i propri film prima di tutto come storie che possano raggiungere qualsiasi spettatore, dall’Iran a Cuba. Niente di più vero perché il processo di separazione che il film narra – e che sì, richiama il conflitto culturale incarnato dalle due famiglie – potrebbe verificarsi secondo le stesse modalità in qualsiasi parte del mondo.

Prestate attenzione alla figlia adolescente della coppia, interpretata dalla figlia stessa di Asghar Farhadi. Più di tutti subisce il dramma del conflitto tra i genitori, perché sfruttata per esacerbare i rancori, per balcanizzare una situazione già di per sé complicata. La si mette in mezzo insomma ed è lei a rimetterci sempre. Le vengono (im)poste delle domande che per età e inesperienza non è in grado di soddisfare.

Ciononostante la giovane Tarmeh sarà chiamata a rispondere a una domanda ben precisa, e qui vi rimando a uno dei finali a  mio parere più struggenti degli ultimi anni.

Esilio in patria

TAXI TEHERAN di Jafar Panahi (2015)

taxi-teheranDove sono gli autori perseguitati? Uno su tutti? Jafar Panahi. Panahi è stato arrestato con i suoi famigliari e accusato di propaganda antigovernativa. Non è servita la levata di scudi di colleghi, amici, associazioni e nel dicembre dello stesso anno viene condannato a sei mesi di prigionia e al divieto per vent’anni di dirigere qualsiasi film, di rilasciare interviste o di lasciare il paese. A questo punto Panahi diventa un uomo in esilio nel suo stesso paese, un ripudiato si può dire. Comincia una nuova vita, anche e soprattutto creativa. Ricordate quel pensiero secondo cui le difficoltà e le ristrettezze aguzzano l’ingegno? Ecco, questo è Jafar Panahi. Nel 2011 in attesa dell’appello, scrive e dirige il documentario This is not a film. Riesce a contrabbandarlo fuori dall’Iran e a presentarlo fuori concorso al Festival di Cannes 2011.

Non finisce qui, Panahi non cede e continua a girare, trovando soluzioni alternative alle restrizioni imposte. Il risultato è Taxi Teheran. Un film on the road in cui lo stesso Panahi si improvvisa taxista trasportando persone di diversa estrazione sociale: un amico di vecchia data, una nipotina sveglia che deve girare un cortometraggio per un concorso scolastico ed estranei di ogni tipo. L’espediente, oltre alle sue ovvie ragioni di pragmatismo, è anche un modo per raccontare l’Iran di oggi, della diversa interpretazione della vita tra coloro che vorrebbero una letterale applicazione della sharia e chi propende per uno stato laico.

Teheran, a parte la presenza del velo per le donne, ricorda molto le caotiche metropoli occidentali. Ti sembra di riconoscerla. Devo ammetterlo, inizialmente di fronte ad alcune scene spesso divertenti e leggere, ho pensato fosse un esperimento tutto sommato già visto. Quanto mi sbagliavo. L’aspetto realmente impressionante del film è come in un clima colloquiale e prevalentemente sereno, vengano a galla molto le contraddizioni e le difficoltà di vivere in un regime restrittivo che condiziona davvero la vita quotidiana delle persone. Un ragazzo aspirante attore deve procurarsi i film occidentali di contrabbando, benché sia risaputo che tutti li guardino. Un amico di Panahi racconta di come è stato derubato da gente che conosceva, ma che sapeva in serie difficoltà economiche. Denunciarli? Questo avrebbe comportato un processo che sarebbe potuto finire anche con una sentenza capitale. E allora cosa fare? Infine la nipotina petulante e scafata di Panahi racconta del suo progetto filmico. Per realizzare un prodotto che ambisca a essere distribuito il regista deve rispettare delle regole ben definite. Qui Panahi le chiede di smettere, non vuole più sentire. Quelle catene che hanno compromesso il suo lavoro fanno sentire lo loro stretta, e quel taxi sembra stringersi attorno a lui.

Fuori

POLLO ALLE PRUGNE di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud (2012)

pollo-alle-prugneUn po’ di Iran in Francia. D’accordo, non si tratta di una produzione iraniana e sì, i registi non devono le proprie origini all’Iran – come nel caso di Parannoud – oppure da molti anni vivono all’estero. Parliamo di Marjane Satrapi, illustratrice e fumettista, celebre per la graphic novel Persepolis poi trasposto in film d’animazione. Figlia di una famiglia progressista iraniana, Satrapi si trasferisce in Europa all’età di quattordici anni. Oggi vive e lavora in Francia. La sua vicenda biografica è risultato delle vicissitudini che hanno dilaniato l’Iran; come lei, molte altre famiglie, dopo l’affermazione della repubblica teocratica, hanno deciso di emigrare. Le esperienze, l’amore verso il paese di origine e la creatività, irrompono nelle opere di questa autrice in una brillante armonia tra stilemi diversi, tra oriente e occidente. Persepolis racconta in forma grafica la maturazione di una giovane Marjane in fuga da un Iran ormai travolto dagli eventi. Pollo alle prugne, invece, ci consegna una storia d’amore dal sapore fiabesco ed esotico. E infatti:

«C’era qualcuno, non c’era nessuno» Così cominciano le storie persiane informa il narratore – personaggio d’eccezione come si scoprirà in seguito – al principio della pellicola. Autunno 1958, Teheran. Il violinista Nasser Alì – Matieu Amalric – cerca di rimpiazzare il suo vecchio strumento andato distrutto. Una volta tornato a casa con il sostituto si rende conto che non potrà mai più suonare. Il violino che quell’arpia di sua moglie – una donna che non ha mai amato – gli ha demolito era gioia e dolore, ricordo di un amore impossible che elevava la sua musica a un grado di eccellenza capace di far vibrare le corde dell’anima. Così, nell’impossibilità di trovare un senso alla sua esistenza, decide si lasciarsi otto giorni di tempo prima di morire. Il film, tra passato e presente, racconta la storia di questi otto giorni.

Marijane Satrapi miscela sapientemente la trama amorosa con siparietti decisamente comici, soprattutto quando si tratta di raccontare la famiglia del protagonista. I ricordi dell’infanzia di Nasser alle prese con il ben più brillante fratello, o le difficoltà nella gestione di un secondogenito irrequieto e quanto di più lontano ci sia da lui caratterialmente parlando, sono davvero esilaranti. Anche la malinconia un po’ decadente di Nasser finisce per essere buffa, quasi ridicola. Satrapi non dimentica lo sfondo storico, ma i passaggi di transizione di un paese scolorano, filtrati dalla fiaba, dalla passione di Nasser per una donna.

Appunti di viaggio:

—> A differenza di Marjane Satrapi, Ana Lily Armirpour è una giovane regista, nata in Inghilterra poi trasferitasi a Miami. Tradisce le sue origini iraniane dirigendo A Girl Walks Home Alone at Night, storia di una ragazza vampiro in Iran.  Ma questo sarà tema di un altro viaggio.

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