Ciò che si nasconde – Turchia

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Ciò che si nasconde

Siamo sempre qui, fra oriente e occidente.  La Turchia rappresenta storicamente il ponte verso l’Europa, un paese diviso tra Medio oriente – la penisola anatolica – e il vecchio continente in quel francobollo della Tracia Orientale. Una posizione che rende più marcata questa continua oscillazione della Turchia fra modernismo e tradizione, occidente e oriente, laicità e tradizione. Come si può facilmente immaginare, anche la produzione cinematografica del paese risente di queste antinomie.

Chiosa pedante. Alla fine della prima guerra mondiale la Turchia rischiava di perdere buona parte dei suoi territori se gli accordi di pace di Sèvres avessero avuto corso. La guerra di indipendenza di Ataturk – il padre della patria – ha impedito che questo accadesse. Tuttavia sembra sia rimasto nel sentire comune  la cosiddetta sindrome di Sèvres: un senso di accerchiamento e di pericolo latente di catastrofe – sia interno che esterno – che riporta a una concezione della sicurezza ben precisa. Questa ansia di controllo, questa necessità di spegnere qualsiasi focolare di tensione potenzialmente pericoloso si ripercuote sulla vita comune delle persone.

Il punto è un altro

C’ERA UNA VOLTA IN ANATOLIA di Nuri Bilge Ceylan (2011)

Ciò che si nasconde

Campi lunghi, tempi lunghi, musi lunghi. Tutto è dilatato in questa pellicola che sembra perdere nella maestosità del paesaggio che inquadra il punto narrativo. In effetti il succo della storia è tutto racchiuso nelle prime due sequenze. Quello che c’è da sapere è lì.

All’imbrunire tre personaggi discutono amabilmente in un’officina. Stacco. Una squadra di polizia scorta due dei tre elementi conosciuti un attimo prima attraverso il paesaggio sconfinato dell’Anatolia alla ricerca del cadavere di un uomo sepolto chissà dove. Evidentemente i civili stretti nella volante sono i colpevoli di un delitto. That’s it! C’era una volta in Anatolia è una sorta di poliziesco che si insinua tra le pieghe esoteriche di una terra misteriosa. Una terra nella quale tutto si smarrisce: la trama innanzitutto che sin da subito diviene evanescente; ma sono soprattutto i personaggi della storia che, in questa indagine, si trovano a ricercare se stessi. Il punto è un altro allora. La vicenda diventa pretesto e occasione, in particolar modo per il medico legale e il pubblico ministero, di svicerare le proprie vite. Ogni tappa aggiunge un tassello alle dolorose narrazioni personali  dei personaggi. Il passato torna a galla come se si trattasse di una storia lontana, raccontata distrattamente per trascorrere le lunghe ore di lavoro. Per il pubblico ministero, per esempio, sgorga quasi fosse una fiaba. Poi, più il viaggio si dilunga, più il percorso si inoltra in territori infiniti e inesplorati, più i ricordi acquistano consistenza. L’Anatolia del titolo assume una statura non solo geografica, ma anche temporale e non si capisce se i protagonisti si stiano smarrendo nello spazio o nel loro passato. La fatica di questo viaggio si imprime nei loro volti scavati e affaticati. Non si tratta ovviamente dell’indagine, della frustrazione di fronte al tentativo da parte dei due colpevoli di tirarla per le lunghe. Il punto, ancora una volta, è un altro e sempre lo stesso. Abbandonarsi al passato non solo è doloroso, ma pericoloso perché quando viene condiviso con qualcun altro si rischia di mettere a fuoco un dettaglio in grado di gettare luce in un mistero che non avresti voluto risolvere.

L’investigazione continua, anche quando quella ufficiale si esaurisce. I fantasmi risvegliati non smettono di perseguitare i vivi. Gli effetti delle azioni compiute e delle scelte prese e poi rimpiante sono feroci, quasi insopportabili. L’aspetto più rilevante della pellicola di Nuri Bilge Ceylan è questa capacità nel rievocare il passato senza mai utilizzare espedienti narrativi noti. Assistere alla proiezione di C’era una volta in Anatolia non è facile, il ritmo viene sacrificato in ragione di un paesaggio che solo inquadrato in determinate condizioni riesce a catapultarti in un mondo completamente diverso, quello interiore dei personaggi.

Qual è il discrimine fra pippa autoriale e coerente-coraggiosa scelta stilistica? Ha senso questa ossessione nel lavorare sui tempi, nel concedere minuti a sequenze che potrebbero durare molto meno?

Probabilmente dipende da come il film arriva a ogni singolo spettatore, a quello che sa realmente comunicare a ognuno di noi. D’accordo, è come dire: tutto è soggettivo. Sento già le proteste: “Grazie al piffero” “Non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace, non ce lo metti?”. Non sto sviando l’interrogativo! Leggetevi le righe sopra e la trovate una risposta. Che carattere.

Appunti di viaggio

  1. —> Si avverte qualcosa di ancestrare e antichissimo in quelle dolci colline scosse dal vento. Parlo di una scena nello specifico nella quale il medico legale  supera un lieve dislivello mentre il cielo minaccia di piovere. Un lampo illumina improvvisamente una parete scoprendo una roccia dalle fattezze umane. È un attimo, ma qualcosa di nascosto è riaffiorato. Nella memoria del luogo e in quella del  medico.

Non l’auto, il cavallo!

MUSTANG di Deniz Gamze Ergüven (2016)

Ed è tutto qui il fraintendimento. Facciamo così, partiamo dalla fine, senza cianciare troppo su trama, recitazione e compagnia. Scorrono i titoli di testa e ancora mi lambicco il cervello sul significato del titolo. Ma che c’entra l’auto? Ripenso rapidamente alle sequenze, ai momenti più importanti, magari mi è sfuggito qualcosa. In effetti un’auto che poteva ricordare una mustang si è vista nel finale, però… Non saprei, mi pare un po’ troppo tirato per i capelli. No, non può essere tanto complicato. Infatti tanto complicato non è, basta chiedere aiuto all’internet.  Mustang non è solo la famosa auto della Ford, ma anche una razza di cavalli tornata allo stato brado che evidentemente ha dato il nome alla vettura. Capito genio? Lo so, probabilmente ero l’unico a ignorare la cosa, ma non divaghiamo. La selvatichezza, l’indole indomabile di questa razza vive nei corpi e nelle menti delle protagoniste del film. Ragazze selvagge che sfoggiano bellissimi e lunghissimi capelli:  seriche criniere libere al vento. Libere come vorrebbero essere queste cinque orfane che, ahiloro, vivono in una sorta di cattività conservatrice dettata dallo zio padrone.

Sin dalla prima scena si capisce a cosa andranno incontro. Concluso l’anno scolastico, le ragazze si attardano in riva al mare con un gruppo di coetanei. Non l’avessero mai fatto. Una volta tornati nella dimora gestita dalla nonna, scoppia uno scandalo. Il piccolo villaggio in cui vivono, immerso tra colline verdeggianti e rigogliose, sembra davvero un paradiso. Invece è solo una prigione dorata in cui lo zio assume il ruolo di guardiano di questa sorta di zoo safari. Non che non ci provino in tutti i modi a liberarsi delle catene. Mi riferisco alla scena in cui le ragazze fuggono di notte per assistere a una partita di calcio. La ribellione poteva finire molto male considerando che le telecamere, durante il match, le inquadrano. Fortunatamente le donne di casa, riconoscendole, manomettono l’impianto elettrico prima che lo zio e i suoi amici – radunatisi anche loro per vedere la partita – se ne accorgano. Questa forma di complicità femminile sorprende soprattutto perché, fino a qualche giorno prima, quelle stesse donne erano state chiamate dallo zio per addomesticare le ragazze e renderle adatte al matrimonio. È solo un fuoco di paglia perché sistematicamente le velleità delle sorelle vengono soffocate da continue gabbie: prima fisiche, le inferriate; poi sociali, i matrimoni combinati. La grazia con la quale la telecamera indugia sulla bellezza delle protagoniste e sul paesaggio da favola che le circonda contrasta amaramente con la realtà che subiscono. Sola la più piccola ha qualche chance di rompere le catene, di conservare la propria libertà e rifiutare i tentativi di addomesticamento. Del branco di mustang rimane giusto lei e la sorella di qualche anno più grande, la quale ha già il destino segnato: anche lei dovrà presto convolare a giuste nozze.

Appunti di viaggio:

  1. —> Siamo ormai a un punto di svolta del film quando la piccolina si arrampica fino a raggiungere l’abbaino che porta sul tetto. Lì il suo sguardo si apre sul paesaggio lussureggiante  punteggiato da tante case che potrebbero raccontare tante storie simile alla loro.

Che mondo sarebbe senza Nutella?

SARMASIK di Tolga Karaçelik (2015)

Un mondo decisamente più violento, lacerato da incomprensioni spesso infantili e dalla crescita incontrollata e innaturale di una pianta rampicante; ecco cosa sarebbe un mondo senza nutella. Di cosa sto parlando? Di quella ciurma di marinai rimasta per mesi in ostaggio della loro stessa nave. I protagonisti di Sarmasik sono ancorati a largo della costa turca ormai da mesi, in attesa che le vicende burrascose dell’armatore si risolvano sbloccando così i loro stipendi. Le riserve alimentari in realtà non mancano, ma basta poco per surriscaldare gli animi, soprattutto quando sei costretto a vivere sul ponte con gente che non apprezzi particolarmente. Diciamo che l’episodio della nutella è solo un momento, anche piuttosto scherzoso, eppure da lì le cose cominciano ad andare proprio male. Perciò, al di là dell’insegnamento principe: mai dimenticare una scorta di nutella nei viaggi a lunga percorrenza, diciamo che il film di Karaçelik ambienta una storia classica in un contesto decisamente inconsueto: quello appunto di una nave cargo.

Imbarchiamoci quindi all’interno di una storia impregnata di mistero, quasi di metafisica.  Ma prima di salire conosciamo i marinai attraverso le brevi presentazioni dell’incipit che terminano tutte nella stessa maniera: uno sguardo in camera che sembra rivolgere una domanda proprio a noi, forse il significato della storia che stiamo per vedere? E a noi venite a chiederlo?

Abitualmente nelle pellicole d’assedio esiste un pericolo esterno che si  configura in mille modi: un gruppo di malviventi, un esercito nemico, un orda di zombi. Un pretesto per riflettere sulle dinamiche di convivenza all’interno del gruppo assediato. Sarmasik si può facilmente ascrivere a questo categoria con l’unica differenza che il pericolo esterno non esiste o forse è più sottile di quanto si possa immaginare. Per questi marinai la prospettiva di tornare sulla terraferma non è così allettante e in qualche modo le presentazioni iniziali possono darci qualche suggerimento in merito.

La convivenza forzata e l’aria di mare non giova alla sanità mentale dei protagonisti che declina rapidamente così come la reciproca sopportazione. Basta una puerile provocazione per innescare la fiamma del conflitto e della paranoia, tra personale che compare e riappare senza spiegazioni di sorta e un comandante che esce dalla sua cabina solo per surriscaldare gli animi. Insomma siamo di fronte a una barca alla deriva, o meglio, in secca, senza un conducente e alla mercé di persone non all’altezza. Questo genere di film molto spesso stringe un legame diretto con la realtà sociale e politica del paese a cui si riferisce. Sarmasik non contraddice questa regola.

Il tutto è ammantato di mistero e dalla ricerca di un senso che sfugge e inghiotte i protagonisti stessi in un letterale ginepraio – l’edera di cui si parlava all’inizio e che cresce dalle ferite inflitte o autoinflitte dai personaggi stessi. L’immagine di questa pianta assume un valore metaforico forte, talmente forte che spero possa trovare una lampante spiegazione nelle vostre menti come è successo a me. Interpretazione che ovviamente non condividerò.

Appunti di viaggio in mare

  1. —> Nelle presentazioni dell’incipit dimenticavo che vi è un ultimo frammento dedicato a un luogo infestato dall’edera. Il mistero si infittisce.

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